A me non piace particolarmente la musica elettronica sperimentale estrema, è un’informazione che penso trasudi vistosamente da alcune mie affermazioni disseminate qua e là nei miei prolissi articoli, ma ciò non toglie che sono da sempre molto attento agli sviluppi di questa forma sonora, soprattutto in ambito netlabel. A prescindere dai gusti personali, su cui “non disputandum est“, mi interessa la musica in senso lato, e secondo alcuni, anche i generi “elettroacustica“, “noise“, “landscapes” e “field recordings” rientrano in questa macro-categoria. Ed è proprio questa affermazione che in parte vorrei confutare o su cui almeno vorrei aprire un dibattito (da tenersi qui o altrove), analizzando la problematica sotto due aspetti: quello tecnico e quello concettuale.
L’aspetto “tecnico” della musica elettronica sperimentale.
Dal punto di vista puramente “tecnico“, ovvero dal punto di vista di un musicista elettronico con anni di esperienza alle spalle (specialmente lato software), penso che, considerata l’estrema facilità con cui si puo’ dar forma alla ricerca sonora, queste tipologie di materiale audio non siano definibili come “musica”, perché ciò equivarrebbe a definire “letteratura” un “tag” (= firma) spruzzato con la bomboletta su qualche muro da un ragazzino senza altre valvole di sfogo.
Spesso mi imbatto in “musicisti” che etichettano il proprio lavoro come “noise” o “landscapes” e che lo rivestono (tramite copiose descrizioni) di un’aria snob e intellettualoide, ma solo perché non hanno altro modo di dargli un “valore” o un “senso“, caratteristiche che sono intrinseche nella “musica convenzionalmente intesa”, perché dategli dal compiuto rispetto delle regole comuni (di ritmo, di armonia, di melodia etc) che sono di per loro imprescindibili, ma che in questi ambiti “sperimentali” sembra debbano di volta in volta essere specificati in svariati modi (copertine ricercate, digipak ultra curati, descrizioni al limite del barocco etc..).
Come si può pretendere di scrivere un sonetto se non si rispettano le regole che sono alla base della sua natura? Molti, a corto di argomenti, mi risponderebbero con la tipica frase da “figli di papà con paghetta settimanale da 200 euro ma affetti dal male di vivere” ovvero: “le regole sono fatte per essere infrante“. Che cazzo significa? Se vuoi rompere le regole, ok, fallo, ma non puoi pretendere che io, categoria precedente e affermata, ti accetti tra le mie fila, perché sarebbe come mettere sullo stesso piano, ovvero chiamare “poesia”, Dante Alighieri (che determinate regole le rispetta) e l’etichetta delle confezioni dei pelati.
E’ un fatto di riconoscibilità e di fruibilità, principalmente. Se stabiliamo, al momento della sua invenzione, che una finestra è costituita da un vetro, un infisso e una maniglia, la gente associerà da quel momento in poi il termine “finestra” a quell’insieme coerente di elementi. Se tali elementi costituenti vengono a mancare, tu “persona sperimentale” puoi continuare a chiamarla e a vederla come un “hamburger”, ma sarà una tua opinione più che una nuova categorizzazione.
Ovviamente, è un discorso volutamente semplicistico e insensibile verso chi (forse) vede cose che gli altri non vedono, e per tanto chiedo venia, ma la mia voluta incuranza scrittoria ha come unico obiettivo quello di stimolare una riflessione che possa sciogliere il mio scetticismo in merito.
Tecnicamente, la musica elettronica sperimentale esiste solo perché i software e le macchine moderne lo permettono, è solo un frutto della tecnologia, basta dargli valori che non ha, per giunta elitari, o ambizioni avanguardistiche!! Se fossi tu, artista, a crearti il tuo software musicale completamente da solo, ok, potremmo ragionare, perché comunque ti sei creato lo strumento per poter esprimere la tua idea che altrimenti non avrebbe potuto acquistare una forma tangibile usando gli strumenti già disponibili.
Ma se tu, “artista” (notare la contrapposizione artista-”artista”..), vai in giro per Milano con un registratore digitale e un bel microfono ambientale a registrare i suoni della città, sui quali, al tuo ritorno a casa, applicherai 4-5 effetti VST, ne taglierai e assemblerai le parti “migliori” per poi creare un unico file musicale di 10 minuti a cui affibbiare fantasiose aspirazioni di ricerca, beh scusami se non ti chiamo amore.. ehm, musica.
Dal punto di vista tecnico, considero “ricerca” un atteggiamento propositivo e non destrutturante, principalmente finalizzato all’espansione dei confini della categoria di partenza e non ad un presuntuoso distacco dallo stesso: in termini pratici, un po’ quello che fa Aphex Twin. Se voi ascoltate il suo meraviglioso doppio cd “Drunkqs“, vedrete cosa dovrebbe essere considerata “ricerca sonora“. Lui, per i pochi talebani che non lo sapessero, in quell’album alterna pezzi estremamente veloci in cui i patterns (“moduli”) ritmici cambiano dopo una manciata di battute, a pezzi di musica quasi “classica”, come “Avril 14th“, un piccolo gioiello di melodia, dove la maniacalità della ricerca timbrica raggiunge la sua summa.
Se notate, infatti, il particolare timbro del piano è stato talmente “ricercato” da Mr. Richard James da prevedere perfino la sintesi del suono dei martinetti! Geniale, bello e allo stesso tempo “di ricerca”, perché espande i confini e le possibilità della sintesi del suono, tecnica alla base della musica elettronica.
Prima di lui, chi pensava di poter rendere tramite un synth il suono di un martinetto? E’ solo un esempio ma spero che basti
Anzi, ve ne faccio un altro, tanto per dimostrare che non sono tirchio! Avete presente Matthew Herbert, il genietto inglese della micro-house, nonchè marito di Dani Siciliano? Beh lui, in uno dei albums con la sua jazz band (non mi ricordo esattamente quale, scusate..), per una particolare canzone alla quale voleva dare un senso di “collettività”, ha campionato e utlizzato ritmicamente il suono dell’elenco telefonico che cade sul pavimento da uno sgabello!! Cioè.. se questa non è ricerca e avanguardia, ditemi voi cosa lo è…
Dal punto di vista tecnico, quindi, la vera ricerca sonora deve andare a braccetto con un’effettiva ricerca timbrica e creativa, e non deve manifestarsi soltanto come il frutto della semplicità di creare musica grazie all’intervento della tecnologia, e quindi della conseguente banalizzazione dello stesso.
L’aspetto concettuale della musica elettronica sperimentale e l’intervista radiofonica a Tiziano Milani.
Dal punto di vista “concettuale“, ed è qui che volevo arrivare a parare, la ricerca sonora, come qualsiasi altra “ricerca” mi affascina alquanto, perché significa immettere delle energie in un qualcosa il cui risultato non è noto a priori e che dipende dal grado di libertà artistica che si è in grado di raggiungere. Inoltre, ci vedo molte analogie (che non sto qui a citare) con l’arte pittorica e scultorea, argomento a me molto caro visti i miei studi universitari.
A conferma di tale interesse, ho di recente ascoltato un’intervista a Tiziano Milani curata da Luca Rota, titolare di un programma radiofonico (e relativo podcast) di nome “Radio Thule“, disponibile per il download gratuito al sequente url: [1]. Tiziano Milani è un cosiddetto “musicista elettroacustico“, abbastanza partecipe della scena netlabel italica. Il suo più recente lavoro disponibile per il download gratuito è un EP di tre traccie pubblicato dalla netlabel torinese Chew-Z [2], dal titolo “suoni : oggetti : risonanti” (release code: CWZ006) [3].
Il primo concetto (in ordine cronologico) che mi ha copito nella suddetta intervista è il seguente: Milani afferma di ritenere ogni suo disco come una “tappa” all’interno di un viaggio perenne (iniziato nel 2003-2004) o come una sorta di “traguardo parziale” in una gara (= ricerca sonora) che forse un traguardo finale alla fine dei conti non lo ha.
E’ un concetto indubbiamente affascinante, specialmente se visto in contrapposizione a ciò che accade per altri generi, dove, come giustamente afferma il conduttore del programma, ogni disco rappresenta la fine di un particolare periodo compositivo dell’artista, di un ciclo, di uno sforzo creativo. Questa visione incompiuta dell’ars sonandi (“sonandi” perché lo stesso Milani afferma di non occuparsi di musica ma di suoni, confermando quindi la tesi sostenuta da me nell’incipit di questo articolo…) lega in un certo senso tutti gli album, perché è come se fossero i tasselli di un enorme puzzle. Questa coerenza è presente anche in artisti non sperimentali, che per l’intero arco dela loro carriera seguono un discorso musicale coeso e compatto, e da ciò che traspare dalle parole di Milani, nel caso della musica elettroacustica è la regola è più che l’eccezione, il che non è male a mio dire.
Un’altra osservazione interessante, a cui personalmente non avevo mai pensato, è quella relativa alla differenziazione dei luoghi in base al rumore che producono, o meglio: al “rumore residuo” per usare l’espressione di Milani. E’ indubbiamente realistico ipotizzare che ogni entità territoriale possa avere un certo tipo di “rumore di fondo” caratteristico, ma penso che uno studio in questo senso possa avere maggior senso ai fini di una catalogazione entoantropologica piuttosto che ai fini della realizzazione di un brano, al quale dovresti comunque allegare una localizzazione testuale/visiva del luogo campionato per consentirne al tuo pubblico la massima fruibilità.
Il fatto dell’unicità nel tempo dell’album nel tempo, nel senso che se esce il primo sabato del mese suona in un modo, se esce il secondo sabato del mese suona in un altro, mi lascia dubbioso. A questo punto, non vedo l’utilità di fare un album
Sarebbe più coerente interfacciare direttamente la scheda audio del proprio pc con un server di streaming e dar vita ad un album di lunghezza infinita
Un Grande Fratello elettroacustico. Se non altro, l’ascoltatore interessato potrebbe partecipare a tutta la ricerca sonora, e non soltanto ad alcune “polaroid” della stessa. In più, sarebbe un metodo di distribuzione più coerente con tutta questa filosofia che sembra starci dietro. Dulcis in fundo, meglio sorbirsi un Grande Fratello elettroacustico che un Grande Fratello televisivo he he
Conclusioni.
In generale, da addetto ai lavori, mi è sembrato un discorso curioso, da ascoltare, ma troppo slegato dalla realtà. L’idea di creare un brano su cui l’autore stesso non ha il pieno controllo compositivo e decisionale, mi sembra frutto più della voglia di differenziarsi a tutti i costi che della voglia di procurare emozioni in chi ascolta. E se la musica non procura emozioni, ditemelo voi, merita di essere chiamata “musica”? Sarò vintage, ma penso proprio di no. Ci sono altri sottogeneri musicali molto di nicchia, come la musica generativa o la musica algoritmica (su cui spero di fornirvi qualche approfondimento nel medio termine), che se fatti con delle regole chiare in testa, possono davvero affascinare l’ascoltatore. Pensiamo ai trip sonori degli Autechre (frutto appunto di algoritmi), che per quanto saturi di suoni astratti, conservano sempre un loro stile e una loro anima, un filo conduttore, una chiave di volta, o semplicemente “risuonano” come la musica. Ecco, quel tipo di ricerca sonora piace e lascia un segno nel tempo, si può dire lo stesso del resto?
L’intervista citata è andata in onda l’11 Febbraio 2008 ed è scaricabile in formato WMA a partire dal seguente post.
Links:
[1] Puntate Radio Thule Podcast: http://rota.wordpress.com
[2] Chews-Z netlabel: http://www.chewz.net
[3] CWZ006 (ZIP): http://www.chewz.net/mp3/CWZ006.zip
[eldino]