[IT] La musica elettronica al tempo della randomizzazione software: uno dei motivi della stagnazione di un macro-genere musicale? – Parte1/2

Per chi non è un “addetto al lavori” sarà un po’ ostico comprendere questo articolo, che presuppone una obiettiva e matura conoscenza dei gingilli software e delle tecniche/teorie/sperimentazioni alla base della cosiddetta “musica elettronica“, un macro-genere vastissimo per strutture/suoni/estetica, ma riconducibile ad una comune idea di fondo: offrire nuove possibilità compositive e timbriche che gli strumenti e i metodi di registrazione tradizionali non offrono.

La musica elettronica fin dalla nascita è stata legata a doppio filo agli innovativi strumenti (prima solo hardware, poi anche software) che la tecnologia metteva man mano a disposizione degli artisti, tra l’altro a prezzi sempre meno elitari (pensate a quanto costavano i Moog usati da Sua Maestà Pink Floyd e a quanto costa ora un synth entry-level), ma il fattore-forma iniziale imponeva che fosse l’uomo a suonarlo, non un’altra macchina, e che chi li suonasse avesse già in mente il timbro che voleva ottenere.

Vi era un forte controllo da parte dell’uomo sulla macchina, e qualora aveste provato un Moog, saprete che non cacherà mai nessun suono degno di questo nome se non gli dimostrate di avere solide basi in merito a tecniche di sintesi, oscillatori, tipi di onde e via dicendo. Ora, invece, basta installare uno dei migliaia di sequencer software disponibili (Ableton Live, Reason, Reaper..), aprire uno degli strumenti a corredo o installare qualche plugin VST di terze parti, pigiare qualche pulsante e muovere qualche manopola, e via.. ecco pronta la musica elettronica.
Una metodologia più da nerd è quella di saturare tutti i canali MIDI di messaggi e note che verranno poi interpretati da uno o più strumenti virtuali. Solitamente questo stato di “saturazione” non si raggiunge a mano, ma si crea adoperando software appositi, che sono alla base della cosiddetta “musica algoritmica“. Un algoritmo è una formula matematica, una serie di passi, resa sottoforma di codice in modo che un computer possa capirlo ed eseguirlo.

Trasposto con gioioso sarcasmo nella realtà, sarebbe un po’ come inventarsi una soluzione chimica particolare che, in base alle dosi dei suoi solventi e soluti, faccia defecare in modo assolutamente non prevedibile ma sicuramente continuativo uno stuolo di piccioni posizionati su un enorme pentagramma. Basterà poi darà in pasto suddetto foglio di carta gigante ad un’orchestra per ascoltare un’originale sinfonia algoritmica.

Ora, la mia non vuole essere una critica alla musica algortimica (la prendevo solo ad esempio), perché ha anche i suoi (rari) picchi di qualità (si pensi agli Autechre), bensì alla rinuncia del controllo sugli strumenti musicali “elettronici” da parte di un sempre maggiore numero di artisti. Vuoi per noia, vuoi per voglia di sperimentare, vuoi per incompetenza, ma ho notato che moltissimi musicisti elettronici rinunciano al serrato controllo sugli strumenti fornitogli dei loro sequencers di fiducia per avventurarsi in un mondo in cui macchine suonano altre macchine mentre l’uomo li sta a guardare compiaciuto.

…Parte 2/2…

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