[IT] Una falla legislativa nella licenza Creative Commons-NoCommercial? Ecco nascere un animato dibattito tra me e LastKnight…

Maggio 28, 2008

L’amico D@nselm, sapendo del mio fervore militante a favore della Cultura Libera, mi ha recentemente segnalato, tramite la nostra piccola mailing-list privata, un post dal titolo “E da quando Repubblica è un NON COMMERCIAL Site?“, scritto da LastKnight giorno 27 maggio (link al post) in merito ad un cortometraggio di BluBlu dal titolo “Muto“.

Suddetto post, dai toni vivaci, afferma questo (copia&incolla pari pari):

LastKnight:
“Mi piace quando un giornale come Repubblica se ne frega bellamente del Creative Commons e spara pubblicato per intero un filmato il cui embed per commercial use è espressamente vietato dall’autore. Hanno veramente capito tutto della vita…Quale parte di “se siete un sito commerciale non potete mostrare il filmato” non ti è chiara, signor Vittorio Zambardino? E tutti quei bei link a pagamento delle pagine? E i milioni per la sponsorizzazione sul giornale Online? Suggerirei una bella rilettura della licenza.”

Dopo averlo letto, mi sono trovato fin da subito in totale disaccordo e ho lasciato in calce un mio commento (prolisso come sempre), che ha dato via ad un corposo dibattito fra me e LastKnight (autore del post) e che, visto l’argomento-principe di questo blog, vorrei sottoporre allla vostra attenzione, con tanto di considerazioni inedite a fine post.

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[IT] Informatica al vetriolo: Flame = Stronzata Ricorsiva (cit.)

Maggio 21, 2008

Trovo che questa questa piccola eguaglianza, letta in calce ad un interessante articolo sulla stessa linea d’onda del mio recente post su iTunes+Safari, sia sublime, in ottica “nerd” ovviamente (maggiori info sulla Ricorsione le trovate qui). Inoltre, mi rincuora leggere che non sono il solo ad aver notato questa ossessiva passione per il flaming e il trolling da parte di molti connazionali.

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[IT] Come migliorerei Twitter…

Maggio 19, 2008

Come saprete se avete letto questo post, sono un utilizzatore occasionale di Twitter, e come per ogni altra cosa (non strettamente informatica), solo usandola creativamente, attivamente, interattivamente e non subendola passivamente, se ne possono vedere i limiti, ammesso che ve ne siano.

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[IT] Riflessioni in compresse deglutibili: La scena netlabel e gli approfondimenti

Maggio 9, 2008

Ciò che da sempre mi chiedo, senza ottenere risposta, è come mai su 1000+ blogs o portali nel mondo che parlano di musica libera e di netlabels, siano davvero in pochi quelli che dedicano saltuariamente dei post all’approfondimento. L’unico che si dedica solo a questo, che io sappia, è Thinnerism, curato dalla crew della Thinner e scritto dai “pro” per i “pro”. La maggior parte degli altri blogs pubblica, anche con fastidioso ardore (= 20 nuovi post al giorno), segnalazioni di nuove releases con copertina in bella vista e copia&incolla della descrizione dal sito. Ci vuole anche questo, per carità, in fondo si parla di musica non di letteratura o di metodologie agricole innovative per terreni aridi. Però, non capisco perché ci sia -solo- questo.

E’ come comprare la rivista “Mucchio Selvaggio” in edicola e trovarci 100 pagine di recensioni di dischi, alternate solo da pubblicità pseudo-fashion. Sarebbe una bella rottura di palle un magazine così, non trovate? Cioè le recensioni ci stanno tutte, ci vogliono, ma non esclusivamente quelle! Diamo spazio anche a dossier, interviste, articoli un attimo più di spessore. Si parla sempre di musica, ma in un’ottica un tantino più stimolante, più votata all’arricchimento.

Ecco, ciò che nei magazine di musica non-libera è una realtà assodata, nella blogosfera sulla musica libera è rara come un politico italiano con lo stipendio da operaio. Dal canto mio, su questo blog cercherò di approfondire il più possibile e di indirizzare i neofiti verso l’apprendimento dei principi e degli ideali che stanno alla base della scena netlabel, principi nella cui rivoluzionarietà io stesso credo fermamente.

Le recensioni, spesso in pillole perché ognuno di noi ha un gusto diverso, continueranno, ovviamente, perché ho ancora tanta roba da proporvi, ma non ci sarà un’inutile sovrabbondanza di offerta come sul resto dei blogs analoghi al mio. Ambisco alla qualità, non alla quantità.

[eldino]


[IT] Armi di distribuzione di massa = programmi P2P (cit.)

Maggio 5, 2008

Porto alla vostra attenzione un interessante articolo apparso pochi giorni fa sul portale italiano Hardware Updgrade, dal titolo “Distribuzione non autorizzata: una sentenza si oppone alla RIAA, ma non per l’articolo in sè (che parla dell’ennesima batosta presa dalla RIAA, l’Associazione dei Discografici Americani, a causa della propria ostinazione nel non vedere che il mercato musicale è cambiato da anni e che la gente si è rotta gli zebedei di sottostare a politiche di marketing monopolistiche e arroganti), bensì per la discussione che ne è scaturita in calce sottoforma di commenti degli utenti, che per una volta tanto non “trollano” ma offrono spunti di riflessione interessanti.

La causa, ancora in corso, di cui parla l’articolo, vede contrapposti due coniugi alla RIAA, che li accusa di aver distribuito materiale protetto da copyright (come musica o video) tramite la “cartella condivisa” del loro programma P2P di fiducia.

Molto argutamente, l’utente HostFat paragona l’accusa mossa dalla RIAA alla seguente situazione, che a mio dire, aiuta non poco a visualizzare meglio il contenzioso:

Invece si direi, è come se compressi una torta, ma con l’obbligo di mangiarla solo tu. Intanto però la appoggi ad esempio sulla finestra.Tutti potranno prenderla, fintanto che però nessuno la prende tu sei nel giusto.

a cui fa eco xcdegasp, il cui intervento merita di essere citato in toto:

l’esempio delle torta è ottimo, perchè il commesso che te l’ha venduta sotto marchio P&P appartenente al “Industrie Pasticcerie Internazionali Associate” ti ha messo l’obbligo che la puoi consumare solamente tu acquirente, non la puoi regalare e non puoi ricavarne la ricetta d’origine ma men che meno modificarla senza il consenso del produttore e del pasticeccere che l’ha guarnita. arrivi a casa e coem detto, l’appoggi sul davanzale.. manca una fetta e scatta la denuncia eseguita da terzi contro questo acquirente sul presupposto che non sia stato lui a consumare effettivamente la fetta mancante ma un qualsiasi passante perchè la torta non era adeguamente protetta. Il giudice in tribunale da ragione all’acquirente inquanto non è dimostrabile che la fetta mancante dalla torta acquistata sia stata prelevata da terzi si sa’ solo che la torta era sul davanzale. C’è da aggiungere che “Industrie Pasticcerie Internazionali Associate” sono riuscite a ottenere una tassazione su, zucchero, farina, uova, lievito, panna, latte, burro/olio/margarina, colla di pesce, coloranti, vanillina, rhum, con dicitura “equo compenso”.. visto che tali ingredienti consentirebbero di riprodurre la torta legalmente acquistata si impone un risarcimento per i mancanti introiti.

E sempre in merito all’esempio della torta, interviene Therinai:

a prescindere dalle leggi in vigore e dalle loro interpretazioni, a prescindere da i nostri personali pareri sulla questione p2p/copyright: se compri qualcosa per uso personale per quale motivo devi condividerla??? L’esempio della torta è proprio lampante: compri una torta che per legge puoi mangiare solo tu e dove la metti? Sul davanzale? E ma allora sei mezzo scemo per la tua metà migliore

…a cui faccio eco io. Quello che dici non è inerente: a) perchè una torta è un prodotto commestibile (se ti “cibi” di un cd, esso resta intatto; se ti cibi di una torta no); b) se quel qualcosa che compri, ti piace, solitamente, se non sei eccessivamente egoista ed egocentrico, sei portato a consigliarlo agli amici ed eventualmente a prestarglielo, quindi a condividerlo: pensa a libri e fumetti. Ma mentre nel loro caso c’è il rischio molto probabile che non ti vengano più restituiti (bestemmie..) o che ti tornino indietro sciupati (aaargh!), nel caso di files, ovvero oggetti intangibili, suddetto rischio non esiste. Quindi, semmai, se l’oggetto acquistato può essere scambiato sottoforma digitale (= rippata in mp3), sei incentivato ancora di più a condividerlo, perché: a) non rischi che ti torni indietro sciupato; b) il destinatario del prestito potrà tenerlo per sempre.

L’utente dragotic retoricamente pone le seguenti domande:

Ma riuscite a realizzare che son tutte imprese con gente che lavora??Vi sembra giusto che chi produce scooter ha diritto a guadagnare e chi produce un album musicale no, perchè fa parte della cultura ???

…sulle quali vorrei soffermarmi con altre due righe. Senza entrare nel dettaglio, perché tanto sono discussioni trite e ritrite, le soluzioni per guadagnare sulla musica senza lucrare ci sono. Una su tutte: edizioni economiche dei dischi dopo un anno dall’uscita, come si fa per i libri. Attualmente, i dischi di 5-8 anni fa costano ancora a prezzo pieno nei negozi; se la Fiat continuasse a mantenere in listino una Punto del 2001 allo stesso prezzo che aveva nell’anno di uscita sul mercato, cosa starebbe facendo oltre a suicidarsi economicamente? Starebbe lucrando, e sarebbe la Fiat stessa, prima dei consumatori, a rendersene conto e a rimediare per non perdere clienti. Perchè le case discografiche non fanno la stessa cosa? Perché vogliono ostinarsi a considerare il loro mercato al di fuori delle leggi di mercato (e del buon, sano senso degli affari)?

Il commento successivo è dell’utente Denun, che risponde a dragotic:

Se io compro un pezzo di pane avro il diritto di sbriciolarlo tutto e portarlo in giro come pan grattato? allora se io compro un cd avro il sacrosanto diritto di sentirmelo con i mezzi piu’ adeguati? …o visto che ho comprato 300 dischi in vinile e non esiste piu’ il mangiadischi portabile dovro’ ricomperarli di nuovo per sentirmeli con l’mp3 portatile? I DIRITTI SON GIA STATI PAGATI!!!

La moltiplicazione degli strumenti atti a farci ascoltare la musica quotidianamente è un dato di fatto, chiunque di noi la ascolta su almeno due dispositivi diversi, uno casalingo (computer, hi-fi..) e uno portatile (lettore mp3, autoradio, cellulare..), ma la vetustità del Sistema Discografico ancora fa fatica a comprenderlo e ad adattarsi tramite la creazione-adozione di licenze e/o soluzioni informatiche più moderne. Un’idea intelligente sarebbe, ad esempio, quella di allegare ad ogni cd una memoria flash da 128Mb (che costa pochi centesimi al produttore) con sopra la copia digitale in mp3 dello stesso, in modo che il consumatore abbia l’autorizzazione (legale e formale) di ascoltare l’album con la maggior parte dei dispositivi in circolazione.

Musica 2.0, quando arrivi?

[eldino]


[IT] La chiusura della netlabel tedesca 1bit Wonder e qualche ulteriore appunto della serie “Come aprire una netlabel”

Aprile 28, 2008

Innanzitutto, se ancora non avete letto il mio corposo articolo in 3 parti sull’argomento “Come aprire una netlabel“, potete rimediare cliccando qui.

Se non conoscete o non avete mai ascoltato il catalogo della 1bit Wonder, magari perché siete relativamente nuovi nella scena netlabel, questa è una buona occasione per scaricarlo tutto, fintanto che è ancora online.

La 1bit Wonder è una netlabel che ha iniziato la sua attività di condivisione e distribuzione di buona musica libera nel recente 2005, contraddistinguendosi subito per una buona cura dei dettagli della propria musica e di ciò che gli gravita intorno. Non ha un genere musicale predefinito, ma sguazza allegramente in più sottogeneri dell’elettronica (ambient, IDM, downtempo..), pur sforzandosi di mantenere una linea qualitativa medio-alta. Tra gli artisti più talentuosi del suo catalogo, cito volentieri: Latex Distortion ([1bit_001] Dis is to late EP, [1bit_018] Shitprickpop), Nicorola ([1bit_003] Bitstick EP) e Endlos ([1bit_021] Das musste ja so kommen…, [1bit_028] Kein Grund zufrieden…).

Nonostante il notevole apprezzamento da parte dei netlabers tedeschi (sia fans che organi di informazione), la 1bit Wonder ha deciso di chiudere i battenti, dandoci un ultimo saluto con la pubblicazione della release #32, uscita a fine marzo 2008. Non sono riuscito a sapere molto di più di quanto non reciti l’annuncio in homepage, che riporto di seguito:

_1bit #032 by Latex Distortion and Gary West will be our last release. Too many other projects have been consuming our time lately, so instead of doing things half-heartedly we decided to quit when it’s best. Thanks for three wonderful years full of love and great music! Our site will remain active for a while and may still serve you as an archive.

Traduzione: _1bit #032 a cura di Latex Distortion e Gary West sarà la nostra ultima release. Troppi altri progetti hanno richiesto il nostro tempo di recente, perciò, invece di fare le cose a metà, abbiamo deciso di smettere fin quando siamo in vetta. Grazie per questi meravigliosi tre anni pieni di amore e grande musica. Il nostro sito rimarrà online per qualche tempo e potrebbe esservi utile come archivio.

Non si sono sbilanciati moltissimo :)

Per fortuna, a riprova del profondo consenso che questa netlabel ha saputo crearsi nel tempo presso i cuori dei suoi fans, è intervenuto il blog Thinnerism, con un post-intervista estremamente interessante, che vale la pena leggere a prescindere dalla notizia in sè.

Thinnerism è la migliore risorsa neo-giornalistica sul netlabels & musica 2.0 in chiave “pro”, e non lo nascondo, anche la mia favorita. Non pubblicava un post nuovo da quasi 6 mesi, ama farsi desiderare :) Avevo già parlato di questo sublime blog, in toni anche troppo estatici, qui (in inglese).

Per chi non mastica la lingua di Benny Hill, posso sinteticamente dire che Thinnerism gestisce una serie di posts dal titolo “Netlabel who care” (tradotto: Netlabel che contano), che vista la prematura scoparsa dell’interessata, si è trasformata per l’occasione in “Netlabel who care(d)” (tradotto: Netlabel che contavano). Se dopo sei mesi di silenzio, i tipi di Thinnerism si sono scomodati per parlare della 1bit Wonder, un motivo ci sarà :)

Per l’occasione hanno addirittura tirato fuori dal cappello un’interessantissima intervista a Steffen Bennemann e Mirko Schmidt (Dj Mirsch), i due fautori del progetto, che oltre a darci qualche notizia in più sulla loro creatura, forniscono degli spunti di elevata caratura sulla scena netlabel in generale e confermano in toto ciò che ho scritto in merito a “Come aprire una netlabel“. Ho deciso, per cui, di riportarne alcuni estratti, da usare a mo’ di “appendice d’Autore” delle mie parole.

The main reason for doing our own Netlabel was that we had quite a lot of good music around. Through my activities as a DJ I got to know a lot of people who make music - and as I felt that other people should hear this stuff, I was ready to start a new platform for it. Mirsch was one of these producers with many good tracks on his hard drive that never got released. When I told him what I was planning to start, he was on fire immediately.

Traduzione: “La principale ragione che ci spinse ad aprire una netlabel fu il fatto di avere un sacco di musica a disposizione. Tramite la mia attività di DJ avevo conosciuto molti musicisti e volendo far ascoltare la loro musica ad altra gente, decisi di inaugurare una nuova piattaforma appositamente per questo scopo. Mirsch era uno di questi produttori con tante buone traccie sul suo hard disk che non erano mai state pubblicate. Quando gli spiegai cosa avevo intenzione di fare, si esaltò immediatamente.

E se ricordate le primissime righe della parte1/3 del mio articolo, non troverete che conferme nelle parole di Steffen :)

Since their first release in February 2005, 1bit Wonder was among the most active Netlabels putting forth a continuous flux on average of 10 releases a year provided by musicians from the Leipzig area such as Kiorda Däkin, Frank Molder, Sven Tasnadi or Kultobjekt. Recruiting their own artists served as a vital factor for a labels integrity.

Traduzione: “Fin dalla prima release, pubblicata nel febbraio 2005, 1bit Wonder è stata una delle più attive netlabels, fornendo fino ad un massimo di 10 releases all’anno, releases a cura di musicisti dell’area di Leipzig (nota: città tedesca) come Kiorda Däkin, Frank Molder, Sven Tasnadi o Kultobjekt. Il recrutare da sè i propri artisti è stato un fattore vitale per l’integrità dell’etichetta.

Puro Vangelo :) Dare un senso di ristrettezza geografica ad una parte del catalogo può trasformare una netlabel in una nuova forma di mecenatismo locale, proiettato però sul mercato globale. Avendo a dispozione una netlabel, si può ambire a puntare i riflettori (musicalmente parlando) sulla propria realtà e sulle band che ne animano l’underground, e che magari altrimenti non otterrebbero neanche un decimo della visibilità datagli dal forte interesse che gravita intorno al netaudio.

In sostanza, Steffen sintetizza uno dei tanti dettagli sul mondo delle netlabels che ai più sfuggono, essendo troppo impegnati a pubblicare giornalmente nuovo letame zippato in preda ad un entusiasmo mistico e cieco.

Steffen [...] also works as a resident DJ in the local “Distillery”, a nightclub which enjoys nationwide fame and makes it the ideal playground to test the new and upcoming 1bit Wonder releases and to make contact with new musical talent

Traduzione: “Steffen lavora come dj resident al Distillery, una discoteca locale (nota: di Leipzig), che rappresenta l’ambiente ideale in cui testare le nuove releases e in cui entrare in contatto con nuovi talenti musicali

Vero. In Germania, come più volte ho detto in radio, è da anni ormai che si usa mixare, senza particolari problemi, dischi commerciali, vinili e releases di netlabels. Anzi, vi dirò di più: vista l’alta qualità di certo materiale, specialmente in ambito techno e minimal techno, sono spesso le netlabels ad indicare la “direzione” ai dj/produttori commerciali, e non il contrario! Affascinante!

I guess the Netlabel scene has proven itself as fertile growing ground for good music and young talents, especially in electronic styles. A lot of the younger now-established artists - some of our own artists being among those - have made their first public steps with Netlabel releases.

Traduzione: “Penso che la scena netlabel abbia dimostrato di essere un terreno fertile per la buona musica e giovani talenti, specialmente per quanto riguarda l’elettronica. Molti artisti che adesso sono sotto contratto - inclusi alcuni dei nostri artisti - hanno compiuto i loro primi passi in pubblico con le releases!

E per finire, un punto su cui mi sento di dissentire parzialmente:

The Netlabel scene has seen quite some development over the last decade - but with its lacking barriers for production and publication it will probably never achieve working mechanisms for quality self selection. These lacking barriers are bliss and fate for the scene at the same time - it ensures constant new input, but seen as a whole, we have a permanent input overflow within the system. That’s why the scene will never reach the general public, it will always remain marginal.

Traduzione: “La scena netlabel si è notevolmente sviluppata nell’ultima decade ma con la sua mancanza di barriere riguardo la produzione e la pubblicazione dei contenuti, probabilmente non otterrà mai dei meccanismi efficienti di auto-selezione qualitativa. Queste barriere mancanti sono positive e negative allo stesso tempo: assicurano l’arrivo costante di nuovo materiale, ma visto in generale, abbiamo un overflow permanete all’interno del sistema. Ecco perché la scena non raggiungerà mai il grande pubblico, ma rimarrà sempre marginale.”

Sulla prima parte di ques’ultimo estratto, niente da aggiungere, è ciò che sostengo fermamente io fin dall’inizio di questo blog: la maggior parte delle netlabels (fortunatamente non tutte!) non hanno criteri di selezione ferrei del materiale da pubblicare, non lo filtrano, per cui la qualità dei loro cataloghi è tristemente altalenante. E’ vero che l’assenza di suddette barriere o meccanismi che dir si voglia favoriscono un costante afflusso di demotapes, ma è altrettanto vero che l’80% di questi sono ignobili, il che equivale a dire che se non esistessero, non cambierebbe nulla, anzi sarebbe meglio (meno confusione etc).

Sulla seconda parte mi permetto di essere in disaccordo. La scena netlabel può diventare visibile almeno quanto lo sono le etichette indipendenti, perché ne ha le caratteristiche salienti e in più porta con sè una ventata di novità artistiche e stilistiche che non possono che far bene al mercato. Il problema, semmai, risiede nell’anti-cultura musicale e dell’anti-educazione culturale dei più, che è dura da sconfiggere nonostante chiunque di noi abbia il mondo a portata di browser, specialmente in Italia. In questo, una corretta ed esauriente informazione può aiutare (sono qui apposta), ma anche una buona dose di passaparola non sarebbe male :)

In più, abbiamo bisogno di più eventi che parlino di netlabels, più spazi che ne facciano udire la qualità, più persone mosse dalla mia stessa passione che si adoperino allo scopo, come anni fa fecero i primi linuxiani (con i Linux Day etc e i risultati si vedono).

Insomma, diamoci da fare :)

Approfondimenti:
Articolo originale su Thinnerism (in inglese).

[eldino]


[IT] Riflessioni in Compresse Deglutibili: Comprare musica un tot al Gigabyte

Aprile 22, 2008

Una delle innumerevoli idee che mi frullano in testa è la seguente: vedere un giorno in vendita nei negozi la musica su hard disk esterni/memory card, un tot al Gigabyte. Pensate come sarebbe comodo, ad esempio, comprare un bel disco rigido esterno da 250 GB con tutta la musica Blues dagli anni 50 ad oggi, già bella digitalizzata, taggata, con testi e copertine, pronta per essere copiata sul vostro iPod con un semplice click. Quanto sarebbe comodo e poco ingombrante acquistare una soluzione di questo tipo piuttosto che sbattersi per recuperare che so.. 2000000 cd/vinili/musicassette? Il supporto, in questo caso, fungerebbe esclusivamente da supporto, mentre il valore dell’intera soluzione sarebbe rappresentato dal lavoro di recupero e digitalizzazione svolto per offrire tutto quel ben di Dio in maniera semplice, pratica, funzionale e quindi bella :)

Penso che il fatto di trovarsi a portata di mano tutto quel materiale in un singolo click possa davvero incrementare l’esperienza-musica, perché la doterebbe di quel senso di coerenza e completezza filologica, che nonostanze l’immensità del pianeta eDonkey, è tuttora difficile da raggiungere. Penso che sia impossibile anche per il downloader più accanito ed esperto ritrovare TUTTO il materiale blues o jazz o <inserisci genere musicale qui>, mentre se offerto a monte, ovvero da chi si occupa da sempre di distribuire la musica (= etichette discografiche), beh… un po’ più semplice lo è :)

La musica è un patrimonio culturale immenso e non penso di essere il solo in questo pianeta a sbavare solo all’idea che con 200-300-400 euro possa acquistare TUTTO il genere Blues o il genere Jazz, o il genere <inserisci genere musicale qui>. Sarebbe davvero la soluzione definitiva. A chi invece non sente la necessità di inquadrare la musica in chiave filologica e cronologica, si potrebbero proporre delle memory card (es. SD, Memory Stick etc), su cui salvare i singoli album in formato digitale: si potrebbe così ridurre sensibilmente l’ingombro della musica in casa e nei negozi (=notevole risparmio in costi di trasporto/gestione) e creare con investimento quasi-nullo (Made in China insegna…) appositi lettori hardware da integrare nel proprio impianto stereo “tradizionale”.

Spero che qualcuno con leggermente più potere industriale di me metta in atto questa idea. Sarebbe fantastico. Nell’attesa, mi accontento di spingervi a riflettere sulla vetustità dei supporti musicali attuali… :)

[eldino]


[IT] L’intervista radiofonica a Igort e l’idea (vetusta? antica? obsoleta?) della musica come supporto-feticcio

Aprile 20, 2008

Nelle ultime vacanze di Natale, per un periodo di 20-25 giorni, mi è capitato di non avere con me i dischi rigidi esterni su cui sono solito “stoccare” la mia musica. Per cui, per poter vincere il silenzio che mi rendeva impossibile concentrarmi nello studio, sono stato costretto a riprendere dei vecchi album su cd, i cui jewel case presentavano uno spesso strato di polvere, ma non interamente a causa di una mia mancanza igienica. E sì vero che era da quando li avevo acquistati che nè li riprendevo in mano nè li spolveravo, perché li avevo gioiosamente convertiti (per praticità e per ascoltarli sull’iPod) nel comodo formato mp3, ma è altrettanto vero che è ormai da tempo che, incosciamente, ho “accantonato mentalmente” l’idea che in realtà la musica abbia anche una “forma fisica” (daltronde gestisco un blog sulle netlabels… ;-P).

Il mio iter acquisto->ascolto è semplice e costante nel tempo: compro il cd, lo scarto, lo inserisco nel lettore cd, lo rippo in mp3/320kb, scarico la copertina dal web, la embeddo nei file audio rippati, embeddo eventuali testi, estraggo il cd, lo ripongo nella custodia ed espongo quest’ultima ad anni di accumulo di polvere; nel mentre, io mi godo la sua essenza, ovvero la Musica, sui dispositivi che di fatto hanno sostituito l’impianto stereo nella vita di tutti noi: il computer e il lettore mp3.

Per ingannare l’attesa mentre il mio fido iTunes svolge il suo onorevole lavoro di ripping, sfoglio il booklet e me ne lascio incuriosire, o almeno ci provo, visto che spesso i booklets dei cd sono del vuoto ben impaginato, pieni soltanto di quelle foto mosse e antiestetiche, che se fossimo noi a farle con la nostra digitale compatta, 10 a 1 che non durerebbero più di 2 minuti sulla nostra memory card, mentre fatte da fotografi strapagati o aventi come soggetto il Damon Albarn di turno che si fa un bel cannone di notte davanti ad un peepshow olandese, il tutto condito da una dominante cromatica verdastro-violacea.. beh quello è figo e merita di arricchire l’esperienza-cd. …..Ma fatemi il piacere!

E poi che dire dei testi delle canzoni? Inserire i testi delle canzoni in un booklet non ha più l’utilità che aveva ai tempi dei vinili e di Sorrisi e Canzoni, quando non esisteva Internet e quando la musica si ascoltava a casa, davanti ad un bel giradischi della Technics e con il packaging del disco in mano. Allora avere i testi delle canzoni out-of-the-box era indispensabile, ora non più, perché siamo in un’Era in cui la gente i testi li trova comodamente su Internet, li copia e li incolla negli mp3 tramite il simpatico menù di iTunes (tasto destro sulla canzone->Informazioni->Testi) e se li legge ancor più simpaticamente sullo schermino dell’iPod mentre ascolta/canticchia la relativa canzone, ovunque si trovi. Oddio, qualcuno potrebbe anche riscrivere i testi stampati nel booklet con Word e incollarli nelle canzoni, l’ho fatto pure io a volte, ma ragazzi… parliamo di comodità o di lavoro? Fatelo un po’ per 15 traccie senza avere un master in Dattilografia Applicata o una forte passione per suddetta materia :)

Tolte le foto, tolti i testi…cosa resta del booklet? I crediti! Beh su quelli niente da dire, è divertente leggere le varie participazioni al disco, i membri della band e il rispettivo/i strumento/i, i ringraziamenti e gli eventuali messaggi aggiuntivi (ricordo con piacere una colorita nota anti-Blair inserita nello stupendo doppio cd “Second Hand Sounds” di Matthew Herbert), ma in centimetri-quadrati quanta superficie occupano all’interno del booklet? Il 3%? Quante volte li leggeremo nella vostra vita? 1? 2? Sono informazioni che arricchiscono e completano l’esperienza musicale? Per quanto le gradisca, non penso.

Sembra pensarla all’opposto di me il fumettista/cantante Igort, ospite d’onore nella 17sima puntata dell’ottimo programma radiofonico On Repeat a cura di Andrea Tramonte (potete scaricare la puntata in questione a partire da questa pagina o cliccando qui (parte prima) e qui (parte seconda)).

Tra i tanti argomenti di cui conduttore e ospite disquisiscono, vi è l’onnipresente questione del download illegale di musica da Internet e il fatto che le vendite dei dischi calino sempre più a picco a causa del p2p. Niente di nuovo, la solita zuppa riscaldata e con poco sodio che ci propinano da anni i media di settore. E per certi versi, anche senza un minimo di variazioni sul tema, perché gli artisti fanno sempre le stesse dichiarazioni, idem i giornalisti. L’unico che ha dichiarato qualcosa di più sensato e meno antidiluviano è stato Manu Chao, su uno dei primi numeri di XL, magazine del Gruppo Editoriale L’Espresso. Il re del Patchanka, tra le tante dichiarazioni giuste, afferma di essere contento se la gente scarica la sua musica, anzi ci invita tutti a farlo, perché in questo modo la sua arte si diffonde a macchia d’olio e di conseguenza sempre più gente andrà ai suoi concerti, che, alla fine della fiera, sono la reale fonte di guadagno dei musicisti. Solo che Manu Chau è l’unico con abbastanza palle da dirlo schiettamente.

Comunque sia, ritorniamo ad Igort (che, per inciso, apprezzo molto come fumettista e deus ex machina dell’editore Coconino Press). Beh Igort in quell’intervista sostiene, in soldoni, che il packaging di un disco aggiunge un notevole plus-valore alla musica e di conseguenza, chi si appropria illegalmente (leggi: peer-2-peer) della musica, non ne fruisce e quindi, in fin dei conti, vive un’esperienza musicale dimezzata. Se due foto sballate e 4 testi in croce sono un valore aggiunto, beh… grazie per l’esperienza musicale mutilata e tenga il resto a mò di mancia.

Se avessi ascoltato questa intervista 10 anni fa, sarei stato totalmente daccordo, perché anche io, musicofilo fin da piccolino, quando compravo un disco ne fruivo come se fosse un feticcio. Ma putroppo i tempi sono cambiati e il cd non è più un feticcio, non per la massa (che determina il successo economico di un prodotto), ma è appunto un supporto di memorizzazione, per giunta obsoleto vista l’irrisoria quantità di musica che può contenere, confezionato in serie (i jewel case in cui viene distribuita la maggior parte dei cd musicali in commercio è perfettamente uguale a quelli che puoi comprare vuoti per pochi centesimi in qualsiasi discount) e in quantità industriali. Non ci sta nessun valore aggiuntivo e integrativo nel packaging, a meno che noi non consideriamo “valore” le strategie di marketing, lo stipendio inutile dato a fotografi e impaginatori (pagati per aggiungere “arte” ad altra “arte”), e l’ottimizzazione dei costi di trasporto.

Se le canzoni di un gruppo sono arte, lo sono per la loro essenza musicale, non per ciò che le circonda, perché altrimenti sarebbe come dichiarare che una qualsiasi statua di Antonio Canova è meno arte se priva del packaging adatto a renderla economicamente fruibile. Il packaging è solo una conseguenza dell’esistenza del supporto cd, un supporto che prima era “finale”, ma che ora è diventato inevitabilmente “intermedio”, in quanto non è più l’ultimo anello della catena artista->ascoltatore, ma al limite ne è il penultimo (ora: cd->mp3>ascolto, prima: cd->ascolto). Il packaging è stato ideato per rendere “bello” (= più facilmente vendibile) un qualcosa che ai nostri occhi si presenta come un grigiastro disco plasticoso con un buco in mezzo e questo continuo ostinarsi nel dargli un valore non può far altro che accellerare la spinta del cd verso una nicchia di soli appassionati/feticisti, ovvero quello che è successo al vinile. Chi compra i vinili? I feticisti e i dj, ma quando le due figure non coincidono, sono solo i secondi ad avere una reale utilità dal comprarli. Dare tutto questo valore a ciò che circonda un “qualcosa” significa inevitabilmente ammettere che quel “qualcosa” non ha poi tutta questa qualità o ne ha perso una parte per strada…

Ad ogni modo e al di là dei miei soliti commenti acidamente critici e modernisti, potete generare una vostra personale opinione in merito ascoltando suddetta puntata. Oltre all’intervista, troverete alcuni buoni pezzi rock nascosti qua e là tra le parole :)

Buon podcasting :)

[eldino]


[IT] Riflessioni in compresse deglutibili: La blogosfera d’Autore

Marzo 29, 2008

Quando scoppiò la diatriba tra giornalisti e bloggers sull’autorevolezza dei blogs come fonte d’informazione, una delle tesi sostenute dalla prima categoria era quella secondo cui non esiste una blogosfera d’autore. In altri termini, i bloggers non sono autorevoli come alcuni giornalisti della vecchia guardia, che danno una particolare impronta ai propri articoli etc. Da piccolo, sentivo spesso gli “adulti” parlare di quanto amassero gli articoli di un determinato giornalista piuttosto che di un altro (erano i tempi di Indro Montanelli e soci…), ma da quando sono diventato adulto non ho pienamente capito ciò a cui si riferissero. Sarà perchè da allora è cambiato parecchio il modo in cui ci si “nutre” di informazione o sarà perchè dei miei interessi non ne parlano certamente sui giornali o sui periodici (che, ad ogni modo, persevero nell’acquistare), o comunque quando capita, si tratta sempre di un surrogato approssimativo e goliardico dell’argomento, ovvero di un tentativo goffo da parte di un non-addetto ai lavori di produrre qualcosa che possa soddisfare un’ampia platea di non-addetti ai lavori. Questo provoca, inevitabilmente, un risultato poco credibile, superficiale e ricco di imprecisioni, almeno agli occhi di un appassionato. Provate ad immaginare un trafiletto sulle netlabels scritto, che so, da un giornalista di “Leggo” o “Metro” o “Gente“, e avrete un’idea abbastanza tangibile della superficialità a cui mi riferisco. Tenendo presente ciò, l’assenza di una blogosfera d’Autore è una gran cazzata. Se ci riferiamo allo stile di scrittura e alla grammatica, ok, ci può stare che un blog sia scritto in maniera più amatoriale di un “pezzo” di un famoso giornalista, così come è plausibile che un articolo di attualità o di approfondimento di qualità sia più realistico trovarlo a pagina 4 di un quotidiano piuttosto che nella tag cloud di un blog. Ma a livello di contenuti, non ci sta paragone. Tolta l’informazione intesa come cronaca-attualità-spettacolo-sport, sui giornali c’è davvero poco o niente rispetto a quanto offre Internet, dove qualsiasi nicchia ha il suo flusso costante di notizie e novità. In più, spesso è Internet la fonte principale da cui attingono i pennivendoli, per cui come è possiile che l’articolo sia “d’Autore” se non lo è la fonte da cui è tratto? Semmai è l’opposto, in quanto è raro trovare un articolo che abbia un valore aggiunto rispetto al post o ai posts o ai forums da cui trae “ispirazione”. Nella blogosfera spesso scrivono persone direttamente interessate dall’argomento (es. il blog di uno sviluppatore che parla del suo software o il blog di un hacker che ti spiega come sproteggere un dispositivo), quindi vi sono poche altre persone che potrebbero fornire uguale completezza. Non si tratta di gente che legge, riassume e riscrive per denaro. In molti blogs (sia chiaro, non mi riferisco a quelli che si limitano ad embeddare filmati di Youtube con quattro cazzate scritte sotto o ai blogs personali), la completezza e la coerenza contenutistiche sono sempre garantite, perché è proprio nell’interesse di chi scrive farlo, che non riceve nessun compenso per il suo lavoro, ma che scrive prima di tutto per il piacere personale di mettere a disposizione quello che sa agli altri. Potrebbe anche farne a meno e passare il suo tempo libero facendo altro, ma invece lo fa, perché ne sente il bisogno. Un giornalista non-freelance, invece, lo stipendio lo prende uguale, a prescindere dalla qualità di ciò che scrive.

E poi, per ritornare al discorso dell’autorevolezza e dell’impronta specifica che alcuni giornalisti danno ai propri scritti.. beh, io la ritrovo anche in alcuni blogs che seguo, che mi piacciono anche per quello. Prendiamo Thinnerism, il blog sulle netlabels a cura della Thinner: ha uno stile e delle idee affini alle mie, nonchè mi fornisce degli ottimi spunti di riflessione, mi dà quello che vorrei mi fosse offerto con una ricchezza di dettagli che solo chi ha davvero esperienza e cognizione di causa può dare. Per cui lo seguo e lo ritengo autorevole. Ma potrei anche citare il blog di Joel on Software, o Stacktrace, o Coding Horror, o per certi versi anche il sovraesposto blog di Beppe Grillo. Queste, insieme ad altre, nei loro campi d’interesse sono tutte risorse autorevoli, perché competenti, dettagliate e con una direzione concettuale ben marcata. Da un buon articolo deve trasparire ciò che pensa l’Autore, perché se è competente ci sarà un motivo per cui la pensa così, quindi già nell’andare a ricercare suddette ragioni usando altre fonti, ci si arricchisce. Un buon articolo non è un blah blah blah senza arte nè parte, che non capisci come la pensa chi scrive perché l’articolo si conclude con un periodo del tipo: “…è un fenomeno dannoso, ma in fondo è anche positivo che ci sia.”. O è dannoso o è positivo. E’ un’esemplificazione estrema, ma penso che voi tutti possiate verificarne l’autenticità da soli. La blogosfera di qualità esiste, ma non la trovate comodamente dal vostro edicolante: dovete cercarvela nelle maglie della Rete.

[eldino]


[IT] Informatica al vetriolo: Notizie su iTunes+Safari = pageviews/clicks = guadagni

Marzo 25, 2008

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In questi giorni, in Rete, si parlotta vivacemente sul fatto che installando iTunes ci si “becchi” anche Safari, il browser della Apple recentemente rilasciato anche in versione Windows. Il tre portali più importanti che parlano di informatica in Italia ci stanno andando a nozze con questa notizia, almeno a giudicare dall’elevato numero di vivaci commenti presenti sotto gli articoli sull’argomento in questione. Tutti questi baldi internauti carichi d’odio sono lì a scannarsi pur non capendo un emerito cazzo o poco più, un po’ come si fa col calcio al bar nel weekend o quando gioca la Nazionale.

Noi italiani siamo un popolo di coglioni e allenatori, e putroppo non è un luogo comune. Quello che molti connazionali non hanno capito è che la notizia iTunes+Safari è tutta una manovra da parte di suddetti portali per guadagnare un sacco di soldi alla faccia loro. Il gioco è semplice e potete verificarlo da voi leggendo per 1-2 settimane di seguito i titoli degli articoli che pubblicano: basta inserire nel titolo dell’articolo le parole “Apple“, “iTunes“, “iPhone“, “eeePC“, anche quando non centrano un cazzo (alcuni giornalisti di suddetti portali vengono più volte e giustamente insultati a morte dagli utenti appunto perché mettono dei titoli agli antipodi dell’articolo..) per generare una sequela di commenti = page views/clicks = guadagni. E tutti lì a scannarsi, ad insultarsi a vicenda, a ri-visitare la pagina dieci volte al giorno per vedere se qualcuno li ha risposti etc, il tutto in un circolo vizioso che crea vantaggio solo a chi? Ma ai gestori dei portali, ovvio!

E poi, per ritornare al caso iTunes-Safari, che notizia è? Cioè non mi pare che sia mai apparso un articolo sul fatto che, ad esempio, il noto programmino freeware CrapCleaner (utilissimo per ripulire Windows dalla merda) cerchi di rifilarti la Yahoo Toolbar in fase di installazione. E come CrapCleaner ce ne stanno almeno 10000 di programmi che svolgono tale pratica. Eppure nessuno si lamenta, nonostante CrapCleaner e programmi analoghi siano molto comuni nel mondo Windows.
Invece, se lo fa la Apple, fa notizia, perché suddetta ditta tende ad attirare, non si sa perché, l’odio di tutti quelli che non hanno mai provato un loro prodotto o che al massimo lo hanno visto esposto al Mediaworld, e si sentono in dovere di esprimere un parere negativo. Lo dico sempre che se il principio “prova prima di aprire bocca” fosse legge, il mondo avrebbe le carceri stracolme. E poi, anche nella remota eventualità che suddetta gente abbia provato un prodotto Apple e non gli sia piaciuto, perché stare lì a ribadirlo sotto ogni santa notizia contenente la parola “Apple”? Cioè, se ti si rompe un mouse della Logitech, mica fai così. Cambi marca e amen. Quindi, ritengo che la Apple, così come l’eterna lotta Linux-Windows sia solo un pretesto per sfogarsi e sputare veleno gratuitamente, come le discussioni calcistiche daltronde.

Su molti commenti ho letto robe che a distanza di ore non so se riderci o preoccuparmi per la salute mentale chi le ha scritte. Ma andiamo con ordine, perché l’ignoranza esiste per essere fugata.

Primo punto: l’ambizione monopolistica di Apple.
A chi innanzitutto pensa che il caso iTunes+Safari abbia una ragione monopolistica, posso dire che non siete assolutamente forzati ad installare Safari, come invece vogliono farci credere i sopracitati portali. Quando il programmino Apple Update vi segnala la presenza di Safari e ve ne consiglia il download, se non siete interessati, basta togliere il segno di spunta e passa la paura. Nessuno vi forza a fare niente. Molti hanno paragonato questo “consiglio” all’incorporazione di Internet Explorer nei sistemi operativi della Microsoft. Non centra niente. In quel caso si ha una politica monopolistica perché:
- non puoi eradicare Internet Explorer dal sistema senza complesse procedure di hacking (quindi non è esattamente come togliere un segno di spunta…);
- la Microsoft ha ricevuto numerosi richiami e multe dall’Unione Europea in merito a questa sua politica, eppure non mi pare che sia cambiato qualcosa con il recente arrivo sul mercato del luccicante Windows Vista.

Secondo punto: iTunes+Quicktime = iTunes+Safari
Altri utenti, invece, si sono lamentati del fatto che la Apple faccia lo stesso anche con l’accoppiata iTunes+Quicktime. Ripassiamo un po’ di storia: Quicktime è il framework che su Mac OS, il sistema operativo Apple, si occupa della riproduzione di contenuti multimediali (video, musica) ed è stato da sempre sviluppato anche per Windows, per permettere agli utenti di tale piattaforma di fruire dei filmati in formato MOV, un codec video dalla Apple.
Successivamente la Apple ha introdotto iTunes per Mac, che come qualsiasi altro programma multimediale di suddetta piattaforma, si basa su Quicktime per svolgere il proprio compito. Quando dopo qualche anno, la Apple ha deciso di effetuare il “porting” di iTunes su Windows e ovviamente ha dovuto legarlo strettamente a Quicktime, proprio perché è quest’ultimo ad occuparsi della riproduzione dei files. Indi per cui, se su Windows non installate Quicktime, iTunes non funziona.
E’ un po’ come pretendere di far funzionare i programmi scritti in linguaggio .NET senza installare prima le decine di mb del .NET Framework. Concludendo, Quicktime, al contrario di Safari, è un componente indispensabile per far funzionare iTunes. Se non vi piace, potete cambiare allegramente player multimediale, siete liberissimi, ma almeno informatevi prima di aprire bocca e creare flames.

Terzo punto: gli “utonti”
Gli “utonti” o “niubbi” sono quelli utilizzatori di computer non molto ferrati in merito o comunque che non passano la loro vita davanti ad un monitor. In senzo lato, il termine indica la maggior parte degli utenti, in contrapposizione ai “pro”, quelli che si cibano ci pane e computer. In molti commenti, si legge che la Apple punta appunto sul nutrito numero di “utonti” in circolazione e sulla popolarità di iTunes per far diffondere a macchia d’olio Safari, che essendo uscito da poco, è ancora poco utilizzato su piattaforma Windows. Secondo tale teoria cospirazionistica, degna di X-Files, l’atteggiamento di Apple è deprorevole, e che se l’avrebbe fatto Microsoft sarebbe scoppiato il finimondo… e via discorrendo. Innanzitutto, come spiegato e dimostrato nel primo punto, la Apple non vi obbliga ad installare iTunes, me ve ne consiglia l’installazione. Il fatto che molta gente non sia molto ferrata in fatto di informatica, non è un capo d’accusa sensato, perché se lasciate la vostra porta di casa aperta di notte e vi entrano i ladri in casa, siete voi i coglioni e la colpa è vostra non dei ladri. Allo stesso modo funziona nel mondo dei pc. Se non siete ferrati in materia o meglio, se non sapete leggete il contenuto delle finestre prima di installare dei programmi (perché di leggere si tratta!), è colpa vostra se installate programmi non voluti, non di chi ve ne propone l’installazione.

In conclusione, cari i miei “novelli allenatori”, se volete proprio incazzarvi, fatelo nei confronti del pessimo giornalismo o meglio, di questo evidente sensazionalismo che, ogni giorno di più, logora la qualità dell’informazione di settore in Italia.

[eldino]


[IT] Riflessioni in compresse deglutibili: La metafora della realtà

Marzo 23, 2008

E’ comodo pensare al virtuale come una metafora del reale, o almeno lo è per me, che immagino il mio desktop come la mia scrivania o le mie cartelle come dei portadocumenti in alluminio dell’Ikea. Partendo dallo stesso concetto, associerò le mie riflessioni sul mondo delle netlabels o sul mondo del Web o su quant’altro mi capiti di divorare intellettualmente, a delle compresse deglutibili, quelle che mandi giù con mezzo bicchiere d’acqua. Niente di rivoluzionario come associazione in sè, eccezion fatta, forse, per l’uso dell’aggettivo “deglutibile”, alquanto “calzante” come metafora di qualcosa che scende giù in un attimo, che va dritta al sodo.

[eldino]


[IT] Le comunità musicali online e le netlabels donation-based come modello di business

Marzo 21, 2008

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Audiofoolz è una delle innumerevoli comunità online di musicisti che utilizzano la Rete come luogo di incontro, scambio e distribuzione delle proprie produzioni. Queste comunità esistono fin dagli albori della tracker music: a volte si sono evolute dando vita a delle netlabels, altre volte sono rimaste fedeli alla loro forma originaria.
Fatto sta che tuttora rappresentano una realtà online musicale molto “intima” e solitamente restia ad accettare degli “esterni”, se non dopo anni di frequentazione. A livello musicale, però, spesso nascondono delle chicche che dovrebbero venire alla luce e raggiungere i nostri hard disk senza complicate procedure di registrazione, di login, di pubblicazione di x posts sul forum prima di poter accedere alla sezione download etc.

Fatto sta che Audiofoolz è l’ennesima “music community” a rinunciare alla sua identità online (basata principalmente su un forum), per tentare la strada delle netlabels. Di per sè tale decisione non rappresenta certo una news eclatante, ma lo è invece il post di Pilchard in merito, o quanto meno leggendolo ho trovato due o tre spunti molto interessanti che ritenevo sensato riportare su queste pagine.

Scrive Pilchard (ideatore di Audiofoolz):

Times change and peoples needs change at the same time. It seems not many people really want or need sites like Audiofoolz any more. [..] In order to do this I propose a new business model, as follows: [..] Audiofoolz will become a Netlabel whose aim is to deliver high quality music content from new and upcoming artists, without DRM, at a fair price to the end user and with all monies coming direct from the customer to the artist. [..] Once accepted, artists will be able to submit albums and EPs [..] All releases will be fully scrutinised to ensure high quality before public release. [..] Once released, all releases will be downloadable for free but with a donate option. The customer shall pay whatever he/she feels to be right for the release. 100% of donations from the release page will go to the artist. The site will cover its own costs by ad serving technologies and an option to donate at the site landing page.

(Traduzione: “I tempi sono cambiati e la gente ha bisogno di cambiamenti. Sembra che ormai non molte persone abbiano più bisogno di siti come Audiofoolz. [..] Quindi, propongo un nuovo modello di business, come il seguente: [..] Audiofoolz diventerà una Netlabel con l’obiettivo di distribuire musica di alta qualità ad opera di artisti emergenti, senza Digital Right Management, ad un prezzo equo per l’utente finale; tutti i ricavi andranno agli Autori delle opere. [..] Una volta accettati, gli artisti saranno in grado di inviare gli albums e gli EPs [..] Tutte le releases saranno analizzate in dettaglio per assicurare  la massima qualità al pubblico [..] Una volta pubblicate, tutte le releases saranno scaricabili gratis, ma sarà possibile donare dei soldi. Il consumatore pagherà la cifra che ritiene opportuno. Il 100% delle donazioni andrà agli artisti. Il sito coprirà le sue spese tramite la pubblicità e tramite le donazioni ad esso indirizzate.“)

Come dire, il modello delle donazioni di stampo open-source fa proseliti anche nella nostra nicchia musicale. Sono abbastanza perplesso sulla possibilità che questa scelta possa funzionare con costanza tale da permettere al progetto di sopravvivere nel tempo, visto che l’internauta attuale è abbastanza pigro e raramente è disposto a pagare per avere qualcosa che, grazie alla Rete, in modi leciti o meno leciti, è possibile ottenere gratis. Nel mondo delle netlabels, inoltre, c’è tanto di quel materiale di qualità che è già difficile per un progetto commerciale pensare di poter fare di meglio, figurarsi per un ulteriore realtà gratuita ma donation-based. Spingere l’internauta ad aprire un account Paypal, metterci dentro 20-30 euro e donarli ai 3-4 artisti che gli sono maggiormente piaciuti significherebbe che questi ultimi abbiano prodotto qualcosa di qualitativamente molto superiore a ciò che da anni offre la scena netlabel, il che mi sembra obiettivamente difficile visto lo straripante talento di alcuni artisti. In più, la pigrizia indotta dalla cultura del peer-2-peer è talmente radicata in noi da portare a padadossi come quello successo mesi fa ai Radiohead: nonostante, infatti, fosse possibile scaricare il loro album “In Rainbow” dal loro sito anche donando 0 sterline, la gente ha preferito scaricarlo più comodamente tramite un simpatico torrent apparso su The Pirate Bay, semplicemente perché la procedura era più semplice (non c’era bisogno di fare un account, attendere l’email di conferma etc).

A mio modesto parere, questo vuol dire che ormai si devono cominciare a cercare i guadagni “intorno al contenuto” e non “grazie al contenuto”, musicale o culturale che esso sia. Proporre un contenuto musicale  di qualità gratuitamente, non significa fare beneficenza, ma significa creare una base d’utenza che è già in confidenza con il tuo prodotto e quindi è molto ben predisposta verso dei servizi/contenuti accessori che lo riguardino, come concerti, bonus tracks e quant’altro. Ed è proprio in questa direzione che si deve cercare il guadagno, pensare di fare soldi vendendo la musica è come pensare di vendere il ghiaccio tritato in strada quando ormai chiunque di noi ha il congelatore in casa.

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Il modello donation-based deve essere proposto, alcuni temerari ne faranno uso, ma non puo’ essere un modello di business, perché non è concepito per le masse. E’ e resterà soltanto uno dei tanti elementi cliccabili di una pagina web.

Se volete approfondire, vi segnalo un post che scrissi in passato sull’argomento: “Netlabels & Denaro: Quattro approcci differenti“.

Fonti:
Pilchard’s blog: http://blog.pilchard.org/2008/03/audiofoolz-netlabel-business-model.html

[eldino]