Nelle ultime vacanze di Natale, per un periodo di 20-25 giorni, mi è capitato di non avere con me i dischi rigidi esterni su cui sono solito “stoccare” la mia musica. Per cui, per poter vincere il silenzio che mi rendeva impossibile concentrarmi nello studio, sono stato costretto a riprendere dei vecchi album su cd, i cui jewel case presentavano uno spesso strato di polvere, ma non interamente a causa di una mia mancanza igienica. E sì vero che era da quando li avevo acquistati che nè li riprendevo in mano nè li spolveravo, perché li avevo gioiosamente convertiti (per praticità e per ascoltarli sull’iPod) nel comodo formato mp3, ma è altrettanto vero che è ormai da tempo che, incosciamente, ho “accantonato mentalmente” l’idea che in realtà la musica abbia anche una “forma fisica” (daltronde gestisco un blog sulle netlabels… ;-P).
Il mio iter acquisto->ascolto è semplice e costante nel tempo: compro il cd, lo scarto, lo inserisco nel lettore cd, lo rippo in mp3/320kb, scarico la copertina dal web, la embeddo nei file audio rippati, embeddo eventuali testi, estraggo il cd, lo ripongo nella custodia ed espongo quest’ultima ad anni di accumulo di polvere; nel mentre, io mi godo la sua essenza, ovvero la Musica, sui dispositivi che di fatto hanno sostituito l’impianto stereo nella vita di tutti noi: il computer e il lettore mp3.
Per ingannare l’attesa mentre il mio fido iTunes svolge il suo onorevole lavoro di ripping, sfoglio il booklet e me ne lascio incuriosire, o almeno ci provo, visto che spesso i booklets dei cd sono del vuoto ben impaginato, pieni soltanto di quelle foto mosse e antiestetiche, che se fossimo noi a farle con la nostra digitale compatta, 10 a 1 che non durerebbero più di 2 minuti sulla nostra memory card, mentre fatte da fotografi strapagati o aventi come soggetto il Damon Albarn di turno che si fa un bel cannone di notte davanti ad un peepshow olandese, il tutto condito da una dominante cromatica verdastro-violacea.. beh quello è figo e merita di arricchire l’esperienza-cd. …..Ma fatemi il piacere!
E poi che dire dei testi delle canzoni? Inserire i testi delle canzoni in un booklet non ha più l’utilità che aveva ai tempi dei vinili e di Sorrisi e Canzoni, quando non esisteva Internet e quando la musica si ascoltava a casa, davanti ad un bel giradischi della Technics e con il packaging del disco in mano. Allora avere i testi delle canzoni out-of-the-box era indispensabile, ora non più, perché siamo in un’Era in cui la gente i testi li trova comodamente su Internet, li copia e li incolla negli mp3 tramite il simpatico menù di iTunes (tasto destro sulla canzone->Informazioni->Testi) e se li legge ancor più simpaticamente sullo schermino dell’iPod mentre ascolta/canticchia la relativa canzone, ovunque si trovi. Oddio, qualcuno potrebbe anche riscrivere i testi stampati nel booklet con Word e incollarli nelle canzoni, l’ho fatto pure io a volte, ma ragazzi… parliamo di comodità o di lavoro? Fatelo un po’ per 15 traccie senza avere un master in Dattilografia Applicata o una forte passione per suddetta materia
Tolte le foto, tolti i testi…cosa resta del booklet? I crediti! Beh su quelli niente da dire, è divertente leggere le varie participazioni al disco, i membri della band e il rispettivo/i strumento/i, i ringraziamenti e gli eventuali messaggi aggiuntivi (ricordo con piacere una colorita nota anti-Blair inserita nello stupendo doppio cd “Second Hand Sounds” di Matthew Herbert), ma in centimetri-quadrati quanta superficie occupano all’interno del booklet? Il 3%? Quante volte li leggeremo nella vostra vita? 1? 2? Sono informazioni che arricchiscono e completano l’esperienza musicale? Per quanto le gradisca, non penso.

Sembra pensarla all’opposto di me il fumettista/cantante Igort, ospite d’onore nella 17sima puntata dell’ottimo programma radiofonico On Repeat a cura di Andrea Tramonte (potete scaricare la puntata in questione a partire da questa pagina o cliccando qui (parte prima) e qui (parte seconda)).
Tra i tanti argomenti di cui conduttore e ospite disquisiscono, vi è l’onnipresente questione del download illegale di musica da Internet e il fatto che le vendite dei dischi calino sempre più a picco a causa del p2p. Niente di nuovo, la solita zuppa riscaldata e con poco sodio che ci propinano da anni i media di settore. E per certi versi, anche senza un minimo di variazioni sul tema, perché gli artisti fanno sempre le stesse dichiarazioni, idem i giornalisti. L’unico che ha dichiarato qualcosa di più sensato e meno antidiluviano è stato Manu Chao, su uno dei primi numeri di XL, magazine del Gruppo Editoriale L’Espresso. Il re del Patchanka, tra le tante dichiarazioni giuste, afferma di essere contento se la gente scarica la sua musica, anzi ci invita tutti a farlo, perché in questo modo la sua arte si diffonde a macchia d’olio e di conseguenza sempre più gente andrà ai suoi concerti, che, alla fine della fiera, sono la reale fonte di guadagno dei musicisti. Solo che Manu Chau è l’unico con abbastanza palle da dirlo schiettamente.
Comunque sia, ritorniamo ad Igort (che, per inciso, apprezzo molto come fumettista e deus ex machina dell’editore Coconino Press). Beh Igort in quell’intervista sostiene, in soldoni, che il packaging di un disco aggiunge un notevole plus-valore alla musica e di conseguenza, chi si appropria illegalmente (leggi: peer-2-peer) della musica, non ne fruisce e quindi, in fin dei conti, vive un’esperienza musicale dimezzata. Se due foto sballate e 4 testi in croce sono un valore aggiunto, beh… grazie per l’esperienza musicale mutilata e tenga il resto a mò di mancia.
Se avessi ascoltato questa intervista 10 anni fa, sarei stato totalmente daccordo, perché anche io, musicofilo fin da piccolino, quando compravo un disco ne fruivo come se fosse un feticcio. Ma putroppo i tempi sono cambiati e il cd non è più un feticcio, non per la massa (che determina il successo economico di un prodotto), ma è appunto un supporto di memorizzazione, per giunta obsoleto vista l’irrisoria quantità di musica che può contenere, confezionato in serie (i jewel case in cui viene distribuita la maggior parte dei cd musicali in commercio è perfettamente uguale a quelli che puoi comprare vuoti per pochi centesimi in qualsiasi discount) e in quantità industriali. Non ci sta nessun valore aggiuntivo e integrativo nel packaging, a meno che noi non consideriamo “valore” le strategie di marketing, lo stipendio inutile dato a fotografi e impaginatori (pagati per aggiungere “arte” ad altra “arte”), e l’ottimizzazione dei costi di trasporto.
Se le canzoni di un gruppo sono arte, lo sono per la loro essenza musicale, non per ciò che le circonda, perché altrimenti sarebbe come dichiarare che una qualsiasi statua di Antonio Canova è meno arte se priva del packaging adatto a renderla economicamente fruibile. Il packaging è solo una conseguenza dell’esistenza del supporto cd, un supporto che prima era “finale”, ma che ora è diventato inevitabilmente “intermedio”, in quanto non è più l’ultimo anello della catena artista->ascoltatore, ma al limite ne è il penultimo (ora: cd->mp3>ascolto, prima: cd->ascolto). Il packaging è stato ideato per rendere “bello” (= più facilmente vendibile) un qualcosa che ai nostri occhi si presenta come un grigiastro disco plasticoso con un buco in mezzo e questo continuo ostinarsi nel dargli un valore non può far altro che accellerare la spinta del cd verso una nicchia di soli appassionati/feticisti, ovvero quello che è successo al vinile. Chi compra i vinili? I feticisti e i dj, ma quando le due figure non coincidono, sono solo i secondi ad avere una reale utilità dal comprarli. Dare tutto questo valore a ciò che circonda un “qualcosa” significa inevitabilmente ammettere che quel “qualcosa” non ha poi tutta questa qualità o ne ha perso una parte per strada…
Ad ogni modo e al di là dei miei soliti commenti acidamente critici e modernisti, potete generare una vostra personale opinione in merito ascoltando suddetta puntata. Oltre all’intervista, troverete alcuni buoni pezzi rock nascosti qua e là tra le parole
Buon podcasting
[eldino]