[IT] La chiusura della netlabel tedesca 1bit Wonder e qualche ulteriore appunto della serie “Come aprire una netlabel”

28/04/2008

Innanzitutto, se ancora non avete letto il mio corposo articolo in 3 parti sull’argomento “Come aprire una netlabel“, potete rimediare cliccando qui.

Se non conoscete o non avete mai ascoltato il catalogo della 1bit Wonder, magari perché siete relativamente nuovi nella scena netlabel, questa è una buona occasione per scaricarlo tutto, fintanto che è ancora online.

La 1bit Wonder è una netlabel che ha iniziato la sua attività di condivisione e distribuzione di buona musica libera nel recente 2005, contraddistinguendosi subito per una buona cura dei dettagli della propria musica e di ciò che gli gravita intorno. Non ha un genere musicale predefinito, ma sguazza allegramente in più sottogeneri dell’elettronica (ambient, IDM, downtempo..), pur sforzandosi di mantenere una linea qualitativa medio-alta. Tra gli artisti più talentuosi del suo catalogo, cito volentieri: Latex Distortion ([1bit_001] Dis is to late EP, [1bit_018] Shitprickpop), Nicorola ([1bit_003] Bitstick EP) e Endlos ([1bit_021] Das musste ja so kommen…, [1bit_028] Kein Grund zufrieden…).

Nonostante il notevole apprezzamento da parte dei netlabers tedeschi (sia fans che organi di informazione), la 1bit Wonder ha deciso di chiudere i battenti, dandoci un ultimo saluto con la pubblicazione della release #32, uscita a fine marzo 2008. Non sono riuscito a sapere molto di più di quanto non reciti l’annuncio in homepage, che riporto di seguito:

_1bit #032 by Latex Distortion and Gary West will be our last release. Too many other projects have been consuming our time lately, so instead of doing things half-heartedly we decided to quit when it’s best. Thanks for three wonderful years full of love and great music! Our site will remain active for a while and may still serve you as an archive.

Traduzione: _1bit #032 a cura di Latex Distortion e Gary West sarà la nostra ultima release. Troppi altri progetti hanno richiesto il nostro tempo di recente, perciò, invece di fare le cose a metà, abbiamo deciso di smettere fin quando siamo in vetta. Grazie per questi meravigliosi tre anni pieni di amore e grande musica. Il nostro sito rimarrà online per qualche tempo e potrebbe esservi utile come archivio.

Non si sono sbilanciati moltissimo 🙂

Per fortuna, a riprova del profondo consenso che questa netlabel ha saputo crearsi nel tempo presso i cuori dei suoi fans, è intervenuto il blog Thinnerism, con un post-intervista estremamente interessante, che vale la pena leggere a prescindere dalla notizia in sè.

Thinnerism è la migliore risorsa neo-giornalistica sul netlabels & musica 2.0 in chiave “pro”, e non lo nascondo, anche la mia favorita. Non pubblicava un post nuovo da quasi 6 mesi, ama farsi desiderare 🙂 Avevo già parlato di questo sublime blog, in toni anche troppo estatici, qui (in inglese).

Per chi non mastica la lingua di Benny Hill, posso sinteticamente dire che Thinnerism gestisce una serie di posts dal titolo “Netlabel who care” (tradotto: Netlabel che contano), che vista la prematura scoparsa dell’interessata, si è trasformata per l’occasione in “Netlabel who care(d)” (tradotto: Netlabel che contavano). Se dopo sei mesi di silenzio, i tipi di Thinnerism si sono scomodati per parlare della 1bit Wonder, un motivo ci sarà 🙂

Per l’occasione hanno addirittura tirato fuori dal cappello un’interessantissima intervista a Steffen Bennemann e Mirko Schmidt (Dj Mirsch), i due fautori del progetto, che oltre a darci qualche notizia in più sulla loro creatura, forniscono degli spunti di elevata caratura sulla scena netlabel in generale e confermano in toto ciò che ho scritto in merito a “Come aprire una netlabel“. Ho deciso, per cui, di riportarne alcuni estratti, da usare a mo’ di “appendice d’Autore” delle mie parole.

The main reason for doing our own Netlabel was that we had quite a lot of good music around. Through my activities as a DJ I got to know a lot of people who make music – and as I felt that other people should hear this stuff, I was ready to start a new platform for it. Mirsch was one of these producers with many good tracks on his hard drive that never got released. When I told him what I was planning to start, he was on fire immediately.

Traduzione: “La principale ragione che ci spinse ad aprire una netlabel fu il fatto di avere un sacco di musica a disposizione. Tramite la mia attività di DJ avevo conosciuto molti musicisti e volendo far ascoltare la loro musica ad altra gente, decisi di inaugurare una nuova piattaforma appositamente per questo scopo. Mirsch era uno di questi produttori con tante buone traccie sul suo hard disk che non erano mai state pubblicate. Quando gli spiegai cosa avevo intenzione di fare, si esaltò immediatamente.

E se ricordate le primissime righe della parte1/3 del mio articolo, non troverete che conferme nelle parole di Steffen 🙂

Since their first release in February 2005, 1bit Wonder was among the most active Netlabels putting forth a continuous flux on average of 10 releases a year provided by musicians from the Leipzig area such as Kiorda Däkin, Frank Molder, Sven Tasnadi or Kultobjekt. Recruiting their own artists served as a vital factor for a labels integrity.

Traduzione: “Fin dalla prima release, pubblicata nel febbraio 2005, 1bit Wonder è stata una delle più attive netlabels, fornendo fino ad un massimo di 10 releases all’anno, releases a cura di musicisti dell’area di Leipzig (nota: città tedesca) come Kiorda Däkin, Frank Molder, Sven Tasnadi o Kultobjekt. Il recrutare da sè i propri artisti è stato un fattore vitale per l’integrità dell’etichetta.

Puro Vangelo 🙂 Dare un senso di ristrettezza geografica ad una parte del catalogo può trasformare una netlabel in una nuova forma di mecenatismo locale, proiettato però sul mercato globale. Avendo a dispozione una netlabel, si può ambire a puntare i riflettori (musicalmente parlando) sulla propria realtà e sulle band che ne animano l’underground, e che magari altrimenti non otterrebbero neanche un decimo della visibilità datagli dal forte interesse che gravita intorno al netaudio.

In sostanza, Steffen sintetizza uno dei tanti dettagli sul mondo delle netlabels che ai più sfuggono, essendo troppo impegnati a pubblicare giornalmente nuovo letame zippato in preda ad un entusiasmo mistico e cieco.

Steffen […] also works as a resident DJ in the local “Distillery”, a nightclub which enjoys nationwide fame and makes it the ideal playground to test the new and upcoming 1bit Wonder releases and to make contact with new musical talent

Traduzione: “Steffen lavora come dj resident al Distillery, una discoteca locale (nota: di Leipzig), che rappresenta l’ambiente ideale in cui testare le nuove releases e in cui entrare in contatto con nuovi talenti musicali

Vero. In Germania, come più volte ho detto in radio, è da anni ormai che si usa mixare, senza particolari problemi, dischi commerciali, vinili e releases di netlabels. Anzi, vi dirò di più: vista l’alta qualità di certo materiale, specialmente in ambito techno e minimal techno, sono spesso le netlabels ad indicare la “direzione” ai dj/produttori commerciali, e non il contrario! Affascinante!

I guess the Netlabel scene has proven itself as fertile growing ground for good music and young talents, especially in electronic styles. A lot of the younger now-established artists – some of our own artists being among those – have made their first public steps with Netlabel releases.

Traduzione: “Penso che la scena netlabel abbia dimostrato di essere un terreno fertile per la buona musica e giovani talenti, specialmente per quanto riguarda l’elettronica. Molti artisti che adesso sono sotto contratto – inclusi alcuni dei nostri artisti – hanno compiuto i loro primi passi in pubblico con le releases!

E per finire, un punto su cui mi sento di dissentire parzialmente:

The Netlabel scene has seen quite some development over the last decade – but with its lacking barriers for production and publication it will probably never achieve working mechanisms for quality self selection. These lacking barriers are bliss and fate for the scene at the same time – it ensures constant new input, but seen as a whole, we have a permanent input overflow within the system. That’s why the scene will never reach the general public, it will always remain marginal.

Traduzione: “La scena netlabel si è notevolmente sviluppata nell’ultima decade ma con la sua mancanza di barriere riguardo la produzione e la pubblicazione dei contenuti, probabilmente non otterrà mai dei meccanismi efficienti di auto-selezione qualitativa. Queste barriere mancanti sono positive e negative allo stesso tempo: assicurano l’arrivo costante di nuovo materiale, ma visto in generale, abbiamo un overflow permanete all’interno del sistema. Ecco perché la scena non raggiungerà mai il grande pubblico, ma rimarrà sempre marginale.”

Sulla prima parte di ques’ultimo estratto, niente da aggiungere, è ciò che sostengo fermamente io fin dall’inizio di questo blog: la maggior parte delle netlabels (fortunatamente non tutte!) non hanno criteri di selezione ferrei del materiale da pubblicare, non lo filtrano, per cui la qualità dei loro cataloghi è tristemente altalenante. E’ vero che l’assenza di suddette barriere o meccanismi che dir si voglia favoriscono un costante afflusso di demotapes, ma è altrettanto vero che l’80% di questi sono ignobili, il che equivale a dire che se non esistessero, non cambierebbe nulla, anzi sarebbe meglio (meno confusione etc).

Sulla seconda parte mi permetto di essere in disaccordo. La scena netlabel può diventare visibile almeno quanto lo sono le etichette indipendenti, perché ne ha le caratteristiche salienti e in più porta con sè una ventata di novità artistiche e stilistiche che non possono che far bene al mercato. Il problema, semmai, risiede nell’anti-cultura musicale e dell’anti-educazione culturale dei più, che è dura da sconfiggere nonostante chiunque di noi abbia il mondo a portata di browser, specialmente in Italia. In questo, una corretta ed esauriente informazione può aiutare (sono qui apposta), ma anche una buona dose di passaparola non sarebbe male 🙂

In più, abbiamo bisogno di più eventi che parlino di netlabels, più spazi che ne facciano udire la qualità, più persone mosse dalla mia stessa passione che si adoperino allo scopo, come anni fa fecero i primi linuxiani (con i Linux Day etc e i risultati si vedono).

Insomma, diamoci da fare 🙂

Approfondimenti:
Articolo originale su Thinnerism (in inglese).

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[IT] eldino vi imbocca #8: Befolk – Musica Resistente (folk, 2005)

25/04/2008

Tracklist:
01 Partigiano Ardente
02 Quei briganti neri
03 Valsesia
04 Freedom
05 Gorizia
06 Bella ciao – Fischia il vento

Musica Resistente” è un buon EP di musica folk dalle tematiche politiche e dalle tinte rosse, molto ben prodotto e suonato. Basta leggere la tracklist per avere un’idea abbastanza chiara di ciò che troverete scaricando questo (troppo breve) EP 🙂 In più, il nome del gruppo è un gioco di parole fantastico 🙂

Oggi è il 25 Aprile, la Festa della Repubblica, una giornata di cui noi italiani dovremmo avere sempre coscienza e ricordo, e far sì che nessun politicante da quattro soldi soltanto si azzardi a proporne la cancellazione. Se siamo liberi, è solo grazie a tutti quei ragazzi che morirono affinchè la nostra malmessa penisola fosse liberata dagli invasori. E l’ultimo struggente pezzo di questo EP continua dopo decenni a suonare in tutte le piazze (ed ora anche nei nostri lettori mp3) appunto per ricordarcelo…

Grandi Befolk! Voto: 5/5.

Potete scaricare l’EP in formato ZIP dal seguente url:
http://www.befolk.it/public/mp3/Cd%20Musica%20Resistente.zip

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[IT] Riflessioni in Compresse Deglutibili: Comprare musica un tot al Gigabyte

22/04/2008

Una delle innumerevoli idee che mi frullano in testa è la seguente: vedere un giorno in vendita nei negozi la musica su hard disk esterni/memory card, un tot al Gigabyte. Pensate come sarebbe comodo, ad esempio, comprare un bel disco rigido esterno da 250 GB con tutta la musica Blues dagli anni 50 ad oggi, già bella digitalizzata, taggata, con testi e copertine, pronta per essere copiata sul vostro iPod con un semplice click. Quanto sarebbe comodo e poco ingombrante acquistare una soluzione di questo tipo piuttosto che sbattersi per recuperare che so.. 2000000 cd/vinili/musicassette? Il supporto, in questo caso, fungerebbe esclusivamente da supporto, mentre il valore dell’intera soluzione sarebbe rappresentato dal lavoro di recupero e digitalizzazione svolto per offrire tutto quel ben di Dio in maniera semplice, pratica, funzionale e quindi bella 🙂

Penso che il fatto di trovarsi a portata di mano tutto quel materiale in un singolo click possa davvero incrementare l’esperienza-musica, perché la doterebbe di quel senso di coerenza e completezza filologica, che nonostanze l’immensità del pianeta eDonkey, è tuttora difficile da raggiungere. Penso che sia impossibile anche per il downloader più accanito ed esperto ritrovare TUTTO il materiale blues o jazz o <inserisci genere musicale qui>, mentre se offerto a monte, ovvero da chi si occupa da sempre di distribuire la musica (= etichette discografiche), beh… un po’ più semplice lo è 🙂

La musica è un patrimonio culturale immenso e non penso di essere il solo in questo pianeta a sbavare solo all’idea che con 200-300-400 euro possa acquistare TUTTO il genere Blues o il genere Jazz, o il genere <inserisci genere musicale qui>. Sarebbe davvero la soluzione definitiva. A chi invece non sente la necessità di inquadrare la musica in chiave filologica e cronologica, si potrebbero proporre delle memory card (es. SD, Memory Stick etc), su cui salvare i singoli album in formato digitale: si potrebbe così ridurre sensibilmente l’ingombro della musica in casa e nei negozi (=notevole risparmio in costi di trasporto/gestione) e creare con investimento quasi-nullo (Made in China insegna…) appositi lettori hardware da integrare nel proprio impianto stereo “tradizionale”.

Spero che qualcuno con leggermente più potere industriale di me metta in atto questa idea. Sarebbe fantastico. Nell’attesa, mi accontento di spingervi a riflettere sulla vetustità dei supporti musicali attuali… 🙂

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[IT] L’intervista radiofonica a Igort e l’idea (vetusta? antica? obsoleta?) della musica come supporto-feticcio

20/04/2008

Nelle ultime vacanze di Natale, per un periodo di 20-25 giorni, mi è capitato di non avere con me i dischi rigidi esterni su cui sono solito “stoccare” la mia musica. Per cui, per poter vincere il silenzio che mi rendeva impossibile concentrarmi nello studio, sono stato costretto a riprendere dei vecchi album su cd, i cui jewel case presentavano uno spesso strato di polvere, ma non interamente a causa di una mia mancanza igienica. E sì vero che era da quando li avevo acquistati che nè li riprendevo in mano nè li spolveravo, perché li avevo gioiosamente convertiti (per praticità e per ascoltarli sull’iPod) nel comodo formato mp3, ma è altrettanto vero che è ormai da tempo che, incosciamente, ho “accantonato mentalmente” l’idea che in realtà la musica abbia anche una “forma fisica” (daltronde gestisco un blog sulle netlabels… ;-P).

Il mio iter acquisto->ascolto è semplice e costante nel tempo: compro il cd, lo scarto, lo inserisco nel lettore cd, lo rippo in mp3/320kb, scarico la copertina dal web, la embeddo nei file audio rippati, embeddo eventuali testi, estraggo il cd, lo ripongo nella custodia ed espongo quest’ultima ad anni di accumulo di polvere; nel mentre, io mi godo la sua essenza, ovvero la Musica, sui dispositivi che di fatto hanno sostituito l’impianto stereo nella vita di tutti noi: il computer e il lettore mp3.

Per ingannare l’attesa mentre il mio fido iTunes svolge il suo onorevole lavoro di ripping, sfoglio il booklet e me ne lascio incuriosire, o almeno ci provo, visto che spesso i booklets dei cd sono del vuoto ben impaginato, pieni soltanto di quelle foto mosse e antiestetiche, che se fossimo noi a farle con la nostra digitale compatta, 10 a 1 che non durerebbero più di 2 minuti sulla nostra memory card, mentre fatte da fotografi strapagati o aventi come soggetto il Damon Albarn di turno che si fa un bel cannone di notte davanti ad un peepshow olandese, il tutto condito da una dominante cromatica verdastro-violacea.. beh quello è figo e merita di arricchire l’esperienza-cd. …..Ma fatemi il piacere!

E poi che dire dei testi delle canzoni? Inserire i testi delle canzoni in un booklet non ha più l’utilità che aveva ai tempi dei vinili e di Sorrisi e Canzoni, quando non esisteva Internet e quando la musica si ascoltava a casa, davanti ad un bel giradischi della Technics e con il packaging del disco in mano. Allora avere i testi delle canzoni out-of-the-box era indispensabile, ora non più, perché siamo in un’Era in cui la gente i testi li trova comodamente su Internet, li copia e li incolla negli mp3 tramite il simpatico menù di iTunes (tasto destro sulla canzone->Informazioni->Testi) e se li legge ancor più simpaticamente sullo schermino dell’iPod mentre ascolta/canticchia la relativa canzone, ovunque si trovi. Oddio, qualcuno potrebbe anche riscrivere i testi stampati nel booklet con Word e incollarli nelle canzoni, l’ho fatto pure io a volte, ma ragazzi… parliamo di comodità o di lavoro? Fatelo un po’ per 15 traccie senza avere un master in Dattilografia Applicata o una forte passione per suddetta materia 🙂

Tolte le foto, tolti i testi…cosa resta del booklet? I crediti! Beh su quelli niente da dire, è divertente leggere le varie participazioni al disco, i membri della band e il rispettivo/i strumento/i, i ringraziamenti e gli eventuali messaggi aggiuntivi (ricordo con piacere una colorita nota anti-Blair inserita nello stupendo doppio cd “Second Hand Sounds” di Matthew Herbert), ma in centimetri-quadrati quanta superficie occupano all’interno del booklet? Il 3%? Quante volte li leggeremo nella vostra vita? 1? 2? Sono informazioni che arricchiscono e completano l’esperienza musicale? Per quanto le gradisca, non penso.

Sembra pensarla all’opposto di me il fumettista/cantante Igort, ospite d’onore nella 17sima puntata dell’ottimo programma radiofonico On Repeat a cura di Andrea Tramonte (potete scaricare la puntata in questione a partire da questa pagina o cliccando qui (parte prima) e qui (parte seconda)).

Tra i tanti argomenti di cui conduttore e ospite disquisiscono, vi è l’onnipresente questione del download illegale di musica da Internet e il fatto che le vendite dei dischi calino sempre più a picco a causa del p2p. Niente di nuovo, la solita zuppa riscaldata e con poco sodio che ci propinano da anni i media di settore. E per certi versi, anche senza un minimo di variazioni sul tema, perché gli artisti fanno sempre le stesse dichiarazioni, idem i giornalisti. L’unico che ha dichiarato qualcosa di più sensato e meno antidiluviano è stato Manu Chao, su uno dei primi numeri di XL, magazine del Gruppo Editoriale L’Espresso. Il re del Patchanka, tra le tante dichiarazioni giuste, afferma di essere contento se la gente scarica la sua musica, anzi ci invita tutti a farlo, perché in questo modo la sua arte si diffonde a macchia d’olio e di conseguenza sempre più gente andrà ai suoi concerti, che, alla fine della fiera, sono la reale fonte di guadagno dei musicisti. Solo che Manu Chau è l’unico con abbastanza palle da dirlo schiettamente.

Comunque sia, ritorniamo ad Igort (che, per inciso, apprezzo molto come fumettista e deus ex machina dell’editore Coconino Press). Beh Igort in quell’intervista sostiene, in soldoni, che il packaging di un disco aggiunge un notevole plus-valore alla musica e di conseguenza, chi si appropria illegalmente (leggi: peer-2-peer) della musica, non ne fruisce e quindi, in fin dei conti, vive un’esperienza musicale dimezzata. Se due foto sballate e 4 testi in croce sono un valore aggiunto, beh… grazie per l’esperienza musicale mutilata e tenga il resto a mò di mancia.

Se avessi ascoltato questa intervista 10 anni fa, sarei stato totalmente daccordo, perché anche io, musicofilo fin da piccolino, quando compravo un disco ne fruivo come se fosse un feticcio. Ma putroppo i tempi sono cambiati e il cd non è più un feticcio, non per la massa (che determina il successo economico di un prodotto), ma è appunto un supporto di memorizzazione, per giunta obsoleto vista l’irrisoria quantità di musica che può contenere, confezionato in serie (i jewel case in cui viene distribuita la maggior parte dei cd musicali in commercio è perfettamente uguale a quelli che puoi comprare vuoti per pochi centesimi in qualsiasi discount) e in quantità industriali. Non ci sta nessun valore aggiuntivo e integrativo nel packaging, a meno che noi non consideriamo “valore” le strategie di marketing, lo stipendio inutile dato a fotografi e impaginatori (pagati per aggiungere “arte” ad altra “arte”), e l’ottimizzazione dei costi di trasporto.

Se le canzoni di un gruppo sono arte, lo sono per la loro essenza musicale, non per ciò che le circonda, perché altrimenti sarebbe come dichiarare che una qualsiasi statua di Antonio Canova è meno arte se priva del packaging adatto a renderla economicamente fruibile. Il packaging è solo una conseguenza dell’esistenza del supporto cd, un supporto che prima era “finale”, ma che ora è diventato inevitabilmente “intermedio”, in quanto non è più l’ultimo anello della catena artista->ascoltatore, ma al limite ne è il penultimo (ora: cd->mp3>ascolto, prima: cd->ascolto). Il packaging è stato ideato per rendere “bello” (= più facilmente vendibile) un qualcosa che ai nostri occhi si presenta come un grigiastro disco plasticoso con un buco in mezzo e questo continuo ostinarsi nel dargli un valore non può far altro che accellerare la spinta del cd verso una nicchia di soli appassionati/feticisti, ovvero quello che è successo al vinile. Chi compra i vinili? I feticisti e i dj, ma quando le due figure non coincidono, sono solo i secondi ad avere una reale utilità dal comprarli. Dare tutto questo valore a ciò che circonda un “qualcosa” significa inevitabilmente ammettere che quel “qualcosa” non ha poi tutta questa qualità o ne ha perso una parte per strada…

Ad ogni modo e al di là dei miei soliti commenti acidamente critici e modernisti, potete generare una vostra personale opinione in merito ascoltando suddetta puntata. Oltre all’intervista, troverete alcuni buoni pezzi rock nascosti qua e là tra le parole 🙂

Buon podcasting 🙂

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[IT] eldino vi imbocca #7: Lowpass Frequency – Type Zero (2005, industrial)

19/04/2008

Dopo averlo ascoltato e riascoltato avidamente per un paio di mesi, non potevo esimermi dal segnalarvelo e consigliarvene caldamente il download. Non si tratta nè di una release di qualche sconosciuta/nota netlabel nè di un artista presente su Jamendo, ma di una piccola chicca indipendente diffusa in sordina tramite una spoglia paginetta HTML. Una delle mie solite perle insomma 🙂

L’artista è Lowpass Frequency, meglio noto nel mondo del software musicale come Whitenoise. Il genere è industrial, di quello buono, con ottimi suoni e un cantato ad hoc, non la solita zuppa riscaldata che ci propina da anni Trent Reznor, che con il suo ultimo album “Ghost I-IV” è riuscito ad annoiarmi più di una puntata di “Amici”.

Type Zero” risale al 2005 ma suona dannatamente attuale ed omogeneo. E’ un gran bel album, che vi piacerà anche se provenite dall’elettronica piuttosto che dal rock. Solitamente, proveniendo da quest’ultimo, si è meno capaci di valutare la qualità di un album industrial, cosa che però non succede in questo caso.

Type Zero” è un gran album, ascoltatelo per intero, fate attenzione ai dettagli (bassi, distorsioni sulla voce…). E’ possibile apprezzarlo anche se si è più propensi al pop e all’easy listening piuttosto che alla sola violenza sonora, perché le melodie non sono inutilmente boriose e difficili da digerire.

Potete scaricarne le tracce singole in formato mp3 dal link:
http://www.funarchy.com/music/lpf/

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[IT] La migliore guida per sbloccare La Fonera (modello 2100, firmware 0.7.1 rev1)

18/04/2008

Questo minuscolo router chiamato La Fonera (modello 2100, firmware 0.7.1 rev1) è giaciuto nuovo e imballato in casa mia per mesi, fino a quando ho trovato il tempo e la pazienza per “sbloccarlo”, ovvero per rimuovere il limitante firmware proprietario della Fon, la ditta che lo distribuisce come “ariete” della propria strategia globale (ovvero la creazione di un network wifi mondiale appoggiandosi sui singoli utenti che decidono di condivere con gli altri la propria connessione adsl) e sostituirlo con l’ottimo dd-wrt, firmware opensource che funziona su un elevato numero di routers.

Eticamente, rimuovere il firmware da un prodotto che viene venduto a basso costo appunto per incentivare l’uso per cui la ditta produttrice lo ha concepito (= condividere la propria conessione) e su cui ha investito del denaro, è sbagliato, ma dal momento che:
– a me è stato regalato;
– non ho la connessione adsl a casa (= non potrei comunque usarlo col firmware Fon perché anche per visualizzare l’interfaccia web delle impostazioni serve una connessione internet attiva);
ho deciso di “pimparci sopra” dd-wrt, in modo da poter fare degli esperimenti casalinghi con il wireless (es. accedere agli mp3 stoccati sul mio NAS senza cavetti ethernet volanti..).

Ci sono una marea di informazioni in Rete su come fare per raggiungere suddetto obiettivo, ma essendo abbastanza confusionarie, non recenti e/o non adatte a tutte le versioni del router (alcuni hanno la porta ssh aperta, altri chiusa etc), ho deciso di segnalare la guida che ho utilizzato io per la mia Fonera modello 2100 con firmware 0.7.1 rev1. Non so per gli altri modelli/firmware ma per questa funziona da Dio 🙂

La guida, lo premetto, è in inglese, ma penso sia abbastanza comprensibile. Se trovate che non lo sia, è il momento di imparare un po’ di inglese con uno dei pratici corsi in edicola 🙂
La guida la trovate al seguente link: FON Router Hacking Guide by Useless Hacks.

Esiste anche un metodo italiano, linkato e consigliato da più fonti (blogs, forums..) e disponibile qui, che IN TEORIA dovrebbe semplificare e velocizzare moltissimo la procedura di unlocking ma che sulla mia Fonera non va, anche dopo aver aperto la porta SSH con la guida linkata sopra.

Quindi, dal momento che in parte bisogna comunque usare la guida di Useless Hack, penso che a quel punto valga la pena usarla fino in fondo, come ho fatto io (nello screenshot sottostante, la porta SSH della mia Fonera appena aperta :-P).

La guida è davvero ben fatta, con tutti i link precisi ai files che servono, e con spiegazioni ben formattate e ricche di screenshots. Quello che vi consiglio è di seguirla alla lettera e di rispettare soprattutto le pause suggerite dall’Autore: alcune procedure, infatti, richiedono un po’ di tempo per essere portate a termine, per cui trovatevi un diversivo per l’attesa. Non fatevi prendere dall’impazienza come è successo a me, che ho dovuto rifare la procedura daccapo per ben tre volte, raggiungendo il mio obiettivo al sorgere del sole dopo un’intera nottata passata davanti allo schermo.

Se l’Autore dice di aspettare qualche minuto, voi aspettatene 10-15, perché spesso è proprio questo “relativismo temporale” che vi frega. Per il resto, abbiate cura di salvarvi la guida sul pc prima di iniziare, perché se avete un solo computer, non avrete internet durante gli steps.

La procedura di unlocking di un router è qualcosa che consiglio a tutti gli appassionati di computer, perché si apprendono tantissime cose su come funzionano questi “aggeggi”, che sono dei veri e propri elaboratori in miniatura basati su Linux. In più, dd-wrt permette di fare davvero tante cose con le limitate risorse hardware della Fonera, ma mi riservo di parlarne (eventualmente!) in seguito, perché finora gli ho dato solo uno sguardo curioso e nulla di più.

La Fonera ha il vantaggio delle dimensioni estremamente contenute (immaginatevi un pacchetto di sigarette da 20 con un antenna), un chip wifi della Atheros spaventosamente potente e un design davvero ben studiato (per me il fattore estetico di una periferica conta molto, perché significa che qualcuno è stato pagato appositamente per farlo = cura del prodotto da parte del produttore). Di contro, però, non integra un modem DSL (per cui dovrete procurarvene uno Ethernet a parte, quelli solo USB non vanno bene!) e ha solo una porta Ethernet, invece che 4 come tutti i router entry-level in commercio.

Il fattore forma lo rende il router ideale per l’uso on-the-road o per organizzare un lan party wireless on-the-fly quando tutti i partecipanti hanno un laptop wireless ma nessuno ha uno switch di rete e abbastanza cavetti Ethernet per tutti (capita!). La Fonera è anche un ottimo range extender se integrato in una wlan pre-esistente. Mi vengono in mente almeno altri 6-7 utilizzi del suddetto routerino ma non voglio tediarvi oltre 🙂

Il mio consiglio, casomai non ne possediate uno ma siate interessati ad apprendere e sperimentare le godurie dell’informatica, è quello di procurarvene uno su eBay o nelle fiere, li trovate a vagonate per una decina di euro o poco più, e di smanettarci pesantemente. Visto il prezzo, anche se lo brikkate, non è un problema 🙂

Happy Fon-ning!

Aggiornamento 02/03/2009:

Considerato che la guida di Useless Hack non è più online da diversi mesi, beccatevi questo link:

http://www.megaupload.com/?d=HHMC892U

Il file compresso in 7zip (6mb) include la guida in HTML e tutti i relativi file linkati, non più disponibili online anch’essi, ma indispensabili per portare a termine la procedura. In questo pacchetto c’è tutto l’occorrente per sbloccare La Fonera! Buon sbloccaggio 🙂


[IT] Every day is a free music day!

16/04/2008

Mi svesto per un attimo dalla mia usuale veste di seriosa professionalità e mi lascio andare ad una piccola considerazione che mi è venuta in mente mentre camminavo verso casa con l’iPod nelle orecchie (ascoltando il catalogo della netlabel Zeste, per i curiosi ;-P).

Con frequenza e costanza, mi capita che alcuni miei amici o amiche mi richiedano compilations di musica di un determinato genere, del tipo: “Mi fai un cd-mp3 di musica drum&bass che me lo ascolto in macchina?“. Niente di strano, penso capiti a tutti quelli che ascoltano e posseggono tanta musica. Ciò che mi ha fatto riflettere e a cui sinceramente non avevo mai fatto caso, è che su questi cd masterizzo solo mp3 di musica libera, pur non ascoltando solo quella.

Sull’ultima compilation drum&bass che ho fatto, ad esempio, invece di spiattellarci tutta la discografia di Pendulum, ho messo tutte o quasi le traccie con Classifica = “5/5 Stelle” e Genere = “Drum & Bass” o “Breakbeat” presenti nella mia playlist “Musica Libera” di iTunes. O ancora: sull’ultimo cd dub/techdub che ho fatto per un’amica danzereccia, ho masterizzato il meglio (a mio gusto) di 4-5 netlabels del settore.

Al di là del fatto che in tutti questi anni non c’avevo mai fatto caso (il che prova come incosciamente o quasi ritenga la musica libera esattamente di qualità pari, se non migliore, della musica commerciale), ma ciò che mi ha ulteriormente colpito è che i destinatari di suddette compilation hanno gradito e continuano a gradire alquanto, ascoltando e riascoltando le mie selezioni, commentandomi i brani più belli, richiedendomi altre compilations o facendomi periodicamente domande del tipo: “Ma i Tang Kai hanno fatto un nuovo album o ancora niente?“.

Pur non essendo questi/e miei amici/che particolarmente musicofili/e nè curiosi/e, apprezzano senza sforzo la musica libera che gli propongo in sostituzione della musica commerciale. E’ un po’ come installare ad uno zio vetusto una copia di OpenOffice invece che Microsoft Office come da lui richiesto e vederlo capace di usarlo senza intoppi.

E’ davvero una soddisfazione 🙂

Il prossimo step che intraprenderò (presumibilmente quest’estate, se le mie limitatissime risorse finanziarie me lo permetteranno ;-P) è quello di comprare e montare un’autoradio entry-level con porta USB nella mia stupenda Fiat 600 (altro che Smart fighette di plastica!!), collegarci una pendrive da 2 GB ripiena di musica libera e fare ascoltare un po’ di pezzi in giro. Ovviamente la compro principalmente per il mio personale sollazzo, ma ammetto di essere alquanto curioso di vedere le reazioni della gente che mi capiterà di ospitare sugli altri sedili per dei brevi o lunghi tratti… 🙂

La morale del post è: adotta anche tu la musica libera nella tua quotidianità 🙂

[eldino]