[IT] Schengen, un bacino di opportunità incomprese

Al tempo del totale collasso delle economie del Sud Europa, inclusa la nostra, vi è un’opportunità che pochi giovani italiani sembrano vedere. Questa opportunità si chiama Schengen e apre infiniti orizzonti a chi, per ragioni culturali e/o lavorative, non vede un futuro nel proprio Paese di origine. Il Trattato di Schengen è, a mio dire, uno dei più grandi passi in avanti della Storia dell’Occidente, un marcato tentativo di rimettersi al passo con gli Stati Uniti, che in fatto di unioni di nazioni hanno molta più esperienza di noi europei. La divisione disperde la ricchezza, l’unione la genera, ma l’appartenere di fatto a diverse culture ci ha molto frenato e ci frena tuttora. Si pensi ai Balcani ad esempio. Parlano la stessa lingua e hanno una storia analoga, ma hanno deciso di dividersi in molteplici microstati da 1-4 milioni di abitanti che non hanno molto futuro, quando invece, se fossero ancora Yugoslavia, potrebbero rappresentare una realtà decisamente più competitiva. La litigiosità e il totale senso di appartenenza ad un unicum nazionale ed europeo rende ancora lungo il processo di “statiunitizzazione” dell’Europa, ma la scarsità di lavoro in molte aree del Vecchio Continente sta gioco-forza accellerando l’integrazione.

Schengen e lavoro, dicevo. In Italia ci sono milioni di potenziali giovani professionisti che passano il tempo su Facebook ed al bar con la Peroni in mano, disoccupati, affranti, in attesa di una raccomandazione dal politico di turno che non arriverà mai e senza alcuna speranza di uscire dell’tunnel dell’essere neet. Per ignoranza, per carenze linguistiche, ma anche per fattori culturali, non considerano, non capiscono, non vedono la fortuna di essere nati in un paese membro dell’Area Schengen. Schengen ha reso l’Italia una regione del ben più serio stato chiamato “Europa”, non siamo più giovani italiani, ma giovani europei. Ci possiamo muovere liberamente in un’area di più di 5000 km di raggio, possiamo stabilirci per tre mesi in qualsiasi Stato membro senza dover dichiarare nulla, abbiamo pari diritti delle persone che lì vi sono nate e possiamo usufruire dell’assistenza sanitaria di base gratuitamente (tramite tessera sanitaria e assicurazione TEAM). Basta un volo low-cost, Internet per trovare una stanza e la carta d’identità. Solo io, tra i miei coetanei, vedo uno scrigno ricolmo di pepite d’oro in tutto questo?

In Italia si fa la fame, in Germania invece non hanno abbastanza persone da impiegare. In Italia si fa la fame e si preferisce continuare a farla, col vantaggio però di stare attaccati alla gonnella di mammà, ai cinquanta euro che ci passa ogni mese, alle mutande che non dobbiamo lavarci da soli, agli amici disoccupati o male impiegati come noi con cui prendere la birretta al pub il sabato sera disquisendo dei massimi sistemi, alle due-tre ore al giorno che passiamo alla macchinetta del caffè ad enumerare i cazzi presi dalla collega il sabato precedente invece di lavorare, al farci i fottuti cazzi nostri, invece di provare, tentare di avere un futuro migliore altrove, anche se questo costasse sacrifici e rinunce.

Popoli come gli arabi, gli africani o i balcanici è da molto prima di Schengen che emigrano, nonostante per loro a livello burocratico sia decisamente più difficile ottenere un permesso di soggiorno ed un lavoro. La fame e la rabbia li spinge fuori dalle loro nazioni, e l’assenza di frontiere voluta dai padri fondatori di Schengen li favorisce esponenzialmente rispetto a trent’anni fa. Mentre noi, sì noi, noi italiani e quindi europei, paradossalmente preferiamo restare nella nostra stanzetta di fanciulli, a trent’anni, con 300-400-600 euro in tasca al mese se siamo fortunati, e con il nostro bellissimo contratto di apprendistato, piuttosto che darci giù con la lingua inglese e andarcene fuori dai coglioni al più presto. Siamo i nuovi poveri, siamo il nuovo terzo mondo.

Certamente essere un expat non è una cosa per tutti, me ne rendo conto. Essere un expat dà molte soddisfazioni, cresci immensamente a livello mentale e lavorativo, ma rinunci anche a molto a livello umano, familiare, alimentare. Essere un expat presuppone una motivazione sconfinata, ferrea, lacerante: se non la hai, dopo due mesi o alla prima ciotola di merda da ingoiare in silenzio, te ne torni piangendo a casina tra le cosce calde di tua madre. Essere un expat vuol dire umiltà, disponibilità a ricominciare da zero (o, al più, da tre), consapevolezza che in un altro paese non si è nessuno, non vale il “io sono laureato bla bla bla” o il “io sono figlio di bla bla” o il “ho già x anni di esperienza bla bla“, vale quello che riesci a dimostrare di valere gradino dopo gradino, vale quanta merda sei capace di ingoiare pur di raggiungere il tuo obiettivo. Essere un expat vuol dire sempre e comunque essere un immigrato di merda, soltanto più privilegiato in alcune aree-chiave come la burocrazia e lo startup in un nuovo paese.

Essere un expat è duro, durissimo, ma fa comunque rabbia vedere l’Europa invasa dagli arabi che con una valigia di cartone ma con una dimistichezza immane apprendono la lingua del posto in pochi mesi, aprono attività, creano ricchezza, fanno network, sfruttano tutto ciò che la Nazione ospitante e l’Europa ha loro da offrire, mettono radici, vivono. Mentre noi, sì noi, noi ventenni-trentenni italiani e quindi europei, neanche ce ne accorgiamo della presenza di tanta ricchezza, neanche con il telescopio Hubble saremmo capaci di vederla. Noi, a cui Schengen ha aperto ventisei porte, ce ne stiamo a casa davanti alla tv a vedere pagliacci che straparlano da vent’anni e ad aspettare il posticino di usciere in Regione, quando i nostri coetanei tedeschi, inglesi, olandesi e scandinavi a trent’anni hanno un lavoro gratificante, carriera, casa pagata, auto e due figli. Sono adulti, come si diventava adulti da noi alla stessa età quarant’anni fa. Mentre adesso, a trent’anni, siamo ancora eterni studenti universitari, il cui massimo pensiero è trovare i cinquanta euro per portare fuori la tipa di turno sperando che ce la dia.

Vi fa così schifo adoperare Internet per informarvi piuttosto che per sbavare sulle foto delle tipe su Facebook? Vi fa così schifo crescere? Vi fa così schifo realizzarvi professionalmente? Vi fa così schifo avere un futuro migliore? Vi fa così schifo la possibilità di poter cambiare paese in base a lavoro che vi offre più prospettive e maggiori guadagni? Con il massiccio sviluppo delle linee aeree low-cost poi, si può tornare a casa anche per un weekend se si espatria in grandi città come Londra o Berlino, neanche te ne accorgi che lavori altrove. Vi fa schifo tutto questo? Sì? Beh, allora vuol dire che la fame non l’avete mai provata.

Nota bene: le osservazioni espresse in questo post sono totalmente soggettive e volutamente espresse in linguaggio urban.

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One Response to [IT] Schengen, un bacino di opportunità incomprese

  1. Alwx ha detto:

    Evidentemente sì. Non ha risposto nessuno ; )

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