[IT] Beginning REALbasic: From Novice to Professional (2006, Apress) & una riflessione sull’uso coscienzioso della pirateria intesa come “trial senza limiti di tempo”

25/05/2009

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Per esigenze personali e per il mio futuro lavorativo, ho iniziato da qualche settimana ad imparare REALbasic,  un linguaggio di programmazione tanto di nicchia quanto interessante, perchè pensato per lo sviluppo di applicazioni multi-piattaforma (con un click compila la stessa applicazione per Windows, Linux e Mac) e finalizzato a ridare al programmatore la gioia di programmare e la possibilità di focalizzarsi sulle funzioni del software, piuttosto che perdere tempo a cercare i “;” dimenticati qua e là, o correggere le variabili scritte con un case errato (es. “NumeroCasuale”, invece di “numeroCasuale”).

Dovendo imparare un nuovo linguaggio mi sono dovuto dotare del materiale didattico necessario, che nel caso di REALbasic, vista la sua bassa diffusione, non è moltissimo per chi è alle prime armi. Oltre al manuale utente e alla documentazione fornita con l’IDE, sono riuscito a procurarmi il libro più recente sull’argomento, “Beginning REALbasic: From Novice to Professional” (Apress), scritto da Jerry Lee Ford Jr e pubblicato nel 2006, in formato digitale (pdf).

Beh, dopo aver iniziato a studiarlo, sono rimasto talmente colpito dalla chiarezza espositiva e dalla praticità dei capitoli, che arrivato neanche a metà del libro ho deciso di acquistarlo in formato cartaceo, perchè l’autore ha fatto un buon lavoro e merita davvero di essere retribuito.

Il libro non è reperibile in Italia e non è mai stato tradotto in italiano, per cui tocca per forza ordinarlo all’estero ed in inglese, poco male 🙂 Su alcuni siti europei mi sarebbe costato circa 40 euro più spese di spedizioni, mentre alcuni dei venditori americani iscritti al sistema PlayTrade (una sorta di eBay ma senza costi di commissione assurdi) lo vendevano per molto meno.
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[IT] “Il mio nuovissimo portatile con Windows Vista va molto più lento del mio computer con Windows XP di 4 anni fa! Come risolvo?”. Una riflessione amara su un monopolio di mercato e di abitudini, e su di un fenomeno di involuzione tecnologica che (forse) esiste solo in Informatica.

19/02/2009

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Premessa
Essendo un noto nerd, mi trovo molto spesso a fare assistenze e consulenze informatiche (ovviamente gratuite ._.) ad un numero spaventosamente alto di persone del mio paese ed, in senso lato, del mio giro di conoscenze. Per carattere e visto che la mia preparazione a 360 gradi me lo permette, piuttosto che imporre la mia visione, tendo sempre a dare all’interessato una panoramica abbastanza ampia delle soluzioni possibili per il suo problema, e faccio in modo che sia lui a scegliere la soluzione più idonea alle sue necessità, ma quello che sto narrarvi è uno dei pochi casi in cui più di fare spalluccie non posso fare, e se continuate a leggere vi spiego perchè.

Perchè oramai la gente compra soltanto notebook con Windows Vista?
Se vivete nella contemporaneità e la vostra abitazione è servita dalle aziende che curano il  volantinaggio relativo alle offerte bi-settimanali delle più grandi catene d’informatica del nostro Paese (Mediaworld, Euronics, Expert, Sinergy, Saturn..), avrete notato, anche distrattamente, che i prezzi dei notebook sono calati in maniera impressionante negli ultimi anni. Questo ha portato molta gente, dati economici e statistici alla mano, a preferire l’acquisto di un portatile piuttosto che del cosiddetto “fisso”, assemblato dal negozietto sottocasa o di marca che sia.

L’economia di massa, la diffusione capillare dei centri commerciali e dei discount, la fruttuosa e martellante applicazione della tecnica del sottocosto, la svalutazione perenne e immediata delle componenti hardware, i margini risicati dei costruttori…. tanti sono i fattori dietro a questo fenomeno, ma è ormai roba di tutti i giorni sentir dire ai comuni consumatori frasi del tipo:

Madre: “Ero indecisa se acquistare un notebook o un desktop per mia figlia – sai, per lo studio! – ma poi ho deciso di comprarle un notebook, perchè con 400 € ti danno anche il monitor ed in più, se ti va o se ti serve, puoi anche portartelo in giro!”
Amica della madre: “Ma dai, magari ci faccio anche io un pensierino per mio figlio allora! Per 400 €…”

La prima, semplice frase pronunciata dalla proverbiale “signora Maria” riassume il perchè del successo di questi notebook economici (fascia 300 € – 500 €), che ormai quasi qualsiasi famiglia possiede, e che montano tutti: uno schermo lcd da 15.4′, una scheda wireless, 2-4 Gb di RAM e Windows Vista Home Basic (o Premium). Le altre componenti variano in base al costruttore, anche se di poco, e col tempo.
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[IT] Riflessioni in compresse degluttibili: la comicità ai tempi dell’user generated content (Spitty Cash, Immanuel Casto, Mega64)

13/01/2009

Era da un po’ di tempo che mi girava in testa questa piccola riflessione e volevo rendervene partecipi con un breve post. Da anni ormai la (pochissima) tv che guardo non mi fa ridere, sia i film che i programmi comici italiani mi fanno davvero rimettere: la creatività finisce spesso ai minimi storici, i meccanismi della battuta ovvi e scontati che neanche ai saldi.., gente che si definisce “comico” in realtà io lo definirei “disertore della zappa” (mi riferisco in particolare a quel trio di “comici” che lavora anche per un noto operatore telefonico, veramente un insulto all’intelligenza umana).

Quando vedo le performances televisive di questa gente resto veramente allibito (per dirlo con un emoticon: O_O) di come facciano ad essere dove sono e di come facciano dei miei coetanei a riderci (per fortuna non tutti, ho imparato presto a filtrare le mie amicizie). Di contro, pur non essendo un Youtube-addict, a volte incappo in alcune persone davvero geniali, che o per meriti o per la loro idiozia intrinseca (in senso buono) mi fanno spaccare dal ridere.

Youtube è davvero una fucina di talenti e dimostra ancora una volta quanto sia salutare il Web 2.0 e l’user generated content per il nostro cervello. Cadendo i filtri commerciali e le amicizie di culo proprie dei mass media tradizionali, il rapporto comunicativo diventa bilaterale ovvero tra utente ed utente in primis, e tra autore e fruitore in secundis. Ciò libera la creatività e la genialità da qualsiasi briglia… ed io mi esalto 😀

Di seguito alcuni esempi esemplificativi, italiani ed esteri. Chiedo scusa anticipatamente ai miei lettori abituali se di seguito sarò molto molto trash e non serio come al solito 😀
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[IT] Riflessioni in Compresse Degluttibili: il fascino delle netlabels

04/09/2008

Mi capita spesso di sertirmi domandare cosa ci trovi di tanto interessante in queste netlabels o “come diavolo si chiamano“, visto che, lo dico sempre, nonostante l’80% della musica rilasciata sia sterco, gli dedico molte ore del mio tempo.

Beh, andare a spulciare nei meandri della rete, alla ricerca di siti che indicizzano/linkano netlabels, scovare nuove netlabels, scaricarne il catalogo, ascoltarle, scoprire nuovi artisti che ancora sono in grado di comporre musica capace di emozionarti, è una sensazione bellissima per me. Mi fa sentire sereno, felice e soddisfatto, oltre a darmi una forte carica di adrenalina.

Il fascino delle netlabels, almeno ai miei occhi, è proprio questo fattore di scoperta e continua ricerca del nuovo, questo loro essere underground e semi-nascoste, questo piccolo grande passaparola che porta tanti bloggers mondiali a recensire e consigliare le loro “scoperte” (siti, album, altri blogs). Un po’ come spulciare in un enorme negozio di dischi o in un bazar, e trovare qualcosa che piace e costa poco.

La musica è importante, ma il mondo netaudio non è fatto di sole note. Per capirlo a fondo penso che non possa essere decontestualizzato dal humus che lo ha fatto nascere e diffondere, un humus user-generated (come parte del Web 2.0), che richiede molte ore del nostro tempo per arrivare a noi appassionati, ma che in cambio ci dà musica che nessun altro ascolta nè conosce, tante piccole perle che se non fosse per l’mp3, non sarebbero mai uscite dagli hard disk dei loro autori.


[IT] Riflessioni in compresse deglutibili: La scena netlabel e gli approfondimenti

09/05/2008

Ciò che da sempre mi chiedo, senza ottenere risposta, è come mai su 1000+ blogs o portali nel mondo che parlano di musica libera e di netlabels, siano davvero in pochi quelli che dedicano saltuariamente dei post all’approfondimento. L’unico che si dedica solo a questo, che io sappia, è Thinnerism, curato dalla crew della Thinner e scritto dai “pro” per i “pro”. La maggior parte degli altri blogs pubblica, anche con fastidioso ardore (= 20 nuovi post al giorno), segnalazioni di nuove releases con copertina in bella vista e copia&incolla della descrizione dal sito. Ci vuole anche questo, per carità, in fondo si parla di musica non di letteratura o di metodologie agricole innovative per terreni aridi. Però, non capisco perché ci sia -solo- questo.

E’ come comprare la rivista “Mucchio Selvaggio” in edicola e trovarci 100 pagine di recensioni di dischi, alternate solo da pubblicità pseudo-fashion. Sarebbe una bella rottura di palle un magazine così, non trovate? Cioè le recensioni ci stanno tutte, ci vogliono, ma non esclusivamente quelle! Diamo spazio anche a dossier, interviste, articoli un attimo più di spessore. Si parla sempre di musica, ma in un’ottica un tantino più stimolante, più votata all’arricchimento.

Ecco, ciò che nei magazine di musica non-libera è una realtà assodata, nella blogosfera sulla musica libera è rara come un politico italiano con lo stipendio da operaio. Dal canto mio, su questo blog cercherò di approfondire il più possibile e di indirizzare i neofiti verso l’apprendimento dei principi e degli ideali che stanno alla base della scena netlabel, principi nella cui rivoluzionarietà io stesso credo fermamente.

Le recensioni, spesso in pillole perché ognuno di noi ha un gusto diverso, continueranno, ovviamente, perché ho ancora tanta roba da proporvi, ma non ci sarà un’inutile sovrabbondanza di offerta come sul resto dei blogs analoghi al mio. Ambisco alla qualità, non alla quantità.

[eldino]


[IT] Riflessioni in Compresse Deglutibili: Comprare musica un tot al Gigabyte

22/04/2008

Una delle innumerevoli idee che mi frullano in testa è la seguente: vedere un giorno in vendita nei negozi la musica su hard disk esterni/memory card, un tot al Gigabyte. Pensate come sarebbe comodo, ad esempio, comprare un bel disco rigido esterno da 250 GB con tutta la musica Blues dagli anni 50 ad oggi, già bella digitalizzata, taggata, con testi e copertine, pronta per essere copiata sul vostro iPod con un semplice click. Quanto sarebbe comodo e poco ingombrante acquistare una soluzione di questo tipo piuttosto che sbattersi per recuperare che so.. 2000000 cd/vinili/musicassette? Il supporto, in questo caso, fungerebbe esclusivamente da supporto, mentre il valore dell’intera soluzione sarebbe rappresentato dal lavoro di recupero e digitalizzazione svolto per offrire tutto quel ben di Dio in maniera semplice, pratica, funzionale e quindi bella 🙂

Penso che il fatto di trovarsi a portata di mano tutto quel materiale in un singolo click possa davvero incrementare l’esperienza-musica, perché la doterebbe di quel senso di coerenza e completezza filologica, che nonostanze l’immensità del pianeta eDonkey, è tuttora difficile da raggiungere. Penso che sia impossibile anche per il downloader più accanito ed esperto ritrovare TUTTO il materiale blues o jazz o <inserisci genere musicale qui>, mentre se offerto a monte, ovvero da chi si occupa da sempre di distribuire la musica (= etichette discografiche), beh… un po’ più semplice lo è 🙂

La musica è un patrimonio culturale immenso e non penso di essere il solo in questo pianeta a sbavare solo all’idea che con 200-300-400 euro possa acquistare TUTTO il genere Blues o il genere Jazz, o il genere <inserisci genere musicale qui>. Sarebbe davvero la soluzione definitiva. A chi invece non sente la necessità di inquadrare la musica in chiave filologica e cronologica, si potrebbero proporre delle memory card (es. SD, Memory Stick etc), su cui salvare i singoli album in formato digitale: si potrebbe così ridurre sensibilmente l’ingombro della musica in casa e nei negozi (=notevole risparmio in costi di trasporto/gestione) e creare con investimento quasi-nullo (Made in China insegna…) appositi lettori hardware da integrare nel proprio impianto stereo “tradizionale”.

Spero che qualcuno con leggermente più potere industriale di me metta in atto questa idea. Sarebbe fantastico. Nell’attesa, mi accontento di spingervi a riflettere sulla vetustità dei supporti musicali attuali… 🙂

[eldino]


[IT] Riflessioni in compresse deglutibili: La blogosfera d’Autore

29/03/2008

Quando scoppiò la diatriba tra giornalisti e bloggers sull’autorevolezza dei blogs come fonte d’informazione, una delle tesi sostenute dalla prima categoria era quella secondo cui non esiste una blogosfera d’autore. In altri termini, i bloggers non sono autorevoli come alcuni giornalisti della vecchia guardia, che danno una particolare impronta ai propri articoli etc. Da piccolo, sentivo spesso gli “adulti” parlare di quanto amassero gli articoli di un determinato giornalista piuttosto che di un altro (erano i tempi di Indro Montanelli e soci…), ma da quando sono diventato adulto non ho pienamente capito ciò a cui si riferissero. Sarà perchè da allora è cambiato parecchio il modo in cui ci si “nutre” di informazione o sarà perchè dei miei interessi non ne parlano certamente sui giornali o sui periodici (che, ad ogni modo, persevero nell’acquistare), o comunque quando capita, si tratta sempre di un surrogato approssimativo e goliardico dell’argomento, ovvero di un tentativo goffo da parte di un non-addetto ai lavori di produrre qualcosa che possa soddisfare un’ampia platea di non-addetti ai lavori. Questo provoca, inevitabilmente, un risultato poco credibile, superficiale e ricco di imprecisioni, almeno agli occhi di un appassionato. Provate ad immaginare un trafiletto sulle netlabels scritto, che so, da un giornalista di “Leggo” o “Metro” o “Gente“, e avrete un’idea abbastanza tangibile della superficialità a cui mi riferisco. Tenendo presente ciò, l’assenza di una blogosfera d’Autore è una gran cazzata. Se ci riferiamo allo stile di scrittura e alla grammatica, ok, ci può stare che un blog sia scritto in maniera più amatoriale di un “pezzo” di un famoso giornalista, così come è plausibile che un articolo di attualità o di approfondimento di qualità sia più realistico trovarlo a pagina 4 di un quotidiano piuttosto che nella tag cloud di un blog. Ma a livello di contenuti, non ci sta paragone. Tolta l’informazione intesa come cronaca-attualità-spettacolo-sport, sui giornali c’è davvero poco o niente rispetto a quanto offre Internet, dove qualsiasi nicchia ha il suo flusso costante di notizie e novità. In più, spesso è Internet la fonte principale da cui attingono i pennivendoli, per cui come è possiile che l’articolo sia “d’Autore” se non lo è la fonte da cui è tratto? Semmai è l’opposto, in quanto è raro trovare un articolo che abbia un valore aggiunto rispetto al post o ai posts o ai forums da cui trae “ispirazione”. Nella blogosfera spesso scrivono persone direttamente interessate dall’argomento (es. il blog di uno sviluppatore che parla del suo software o il blog di un hacker che ti spiega come sproteggere un dispositivo), quindi vi sono poche altre persone che potrebbero fornire uguale completezza. Non si tratta di gente che legge, riassume e riscrive per denaro. In molti blogs (sia chiaro, non mi riferisco a quelli che si limitano ad embeddare filmati di Youtube con quattro cazzate scritte sotto o ai blogs personali), la completezza e la coerenza contenutistiche sono sempre garantite, perché è proprio nell’interesse di chi scrive farlo, che non riceve nessun compenso per il suo lavoro, ma che scrive prima di tutto per il piacere personale di mettere a disposizione quello che sa agli altri. Potrebbe anche farne a meno e passare il suo tempo libero facendo altro, ma invece lo fa, perché ne sente il bisogno. Un giornalista non-freelance, invece, lo stipendio lo prende uguale, a prescindere dalla qualità di ciò che scrive.

E poi, per ritornare al discorso dell’autorevolezza e dell’impronta specifica che alcuni giornalisti danno ai propri scritti.. beh, io la ritrovo anche in alcuni blogs che seguo, che mi piacciono anche per quello. Prendiamo Thinnerism, il blog sulle netlabels a cura della Thinner: ha uno stile e delle idee affini alle mie, nonchè mi fornisce degli ottimi spunti di riflessione, mi dà quello che vorrei mi fosse offerto con una ricchezza di dettagli che solo chi ha davvero esperienza e cognizione di causa può dare. Per cui lo seguo e lo ritengo autorevole. Ma potrei anche citare il blog di Joel on Software, o Stacktrace, o Coding Horror, o per certi versi anche il sovraesposto blog di Beppe Grillo. Queste, insieme ad altre, nei loro campi d’interesse sono tutte risorse autorevoli, perché competenti, dettagliate e con una direzione concettuale ben marcata. Da un buon articolo deve trasparire ciò che pensa l’Autore, perché se è competente ci sarà un motivo per cui la pensa così, quindi già nell’andare a ricercare suddette ragioni usando altre fonti, ci si arricchisce. Un buon articolo non è un blah blah blah senza arte nè parte, che non capisci come la pensa chi scrive perché l’articolo si conclude con un periodo del tipo: “…è un fenomeno dannoso, ma in fondo è anche positivo che ci sia.”. O è dannoso o è positivo. E’ un’esemplificazione estrema, ma penso che voi tutti possiate verificarne l’autenticità da soli. La blogosfera di qualità esiste, ma non la trovate comodamente dal vostro edicolante: dovete cercarvela nelle maglie della Rete.

[eldino]